Il Talmud di Gerusalemme: rendere conto delle cose belle

Il Talmud di Gerusalemme: rendere conto delle cose belle

Lunedì 29 febbraio alle 20.45, nel salone Lazzati in casa Pio X a Padova, si è tenuto l’incontro del gruppo di studio e ricerca sull’ebraismo dal titolo: “Rabbi Abba ben Ibò (Rav): rendere conto delle cose belle di cui non si è goduto”. Il Relatore, Benedetto Carucci Viterbi, è rabbino e preside Scuole ebraiche di Roma.

La frase in esame si trova alla fine del cosiddetto «Trattato sul matrimonio», contenuto nel Talmud di Gerusalemme, ed è attribuita a Rabbi Abba ben Ibò soprannominato Rav (= maestro) a causa della sua riconosciuta autorità. Molto citato all’interno del Talmud, esso vive e opera a cavallo tra la tradizione della Mishnah e l’inizio di quella telmudica (II-III secolo dell’era cristiana). Maestro seguito da molti discepoli, si è trasferito da Israele a Babilonia portando con sé il bagaglio di insegnamenti ricevuti. Di spiccata personalità, Rav ha quasi il coraggio di contestare i predecessori; cosa che non era ammissibile in quanto la saggezza era sempre alle spalle e mai “davanti”.

Rav dice: «In futuro l’uomo dovrà dar conto di tutte le cose che il suo occhio ha visto e non ha mangiato». L’uomo vede le cose del mondo, è cioè in relazione di percezione rispetto a quello che lo circonda; se non si nutre di queste cose ne dovrà rendere conto. Il significato del verbo “nutrire” è fondamentale per la comprensione del passo: l’essere umano deve usare ciò che lo circonda (oggetto della percezione) per diventare altro.

I principali commentatori di questo passo dicono che si dovrebbe godere di cose nuove almeno una volta l’anno. Non a caso, nella tradizione ebraica, ogni volta che si gode di qualcosa si deve benedire Dio (benedizioni di godimento).

L’uomo è un essere in continuo cambiamento e l’alimentazione è qualcosa che lo trasforma (cfr. kasheruth). Tutto quello che viene da fuori, materia e spirito, entra in lui e lo cambia. Da notare che in questi passaggi talmudici Dio non viene citato ma è sottolineato il rapporto materiale con la realtà e il miglioramento dell’uomo. Se non cambia, l’uomo dovrà rendere conto a se stesso e a Dio.

Dio non ebbe la necessità di creare il mondo; se l’ha fatto è per la volontà di donare all’uomo. Ecco allora qual è la funzione di Dio nei confronti della realtà e qual è anche quella dell’uomo: godere di ciò che è stato creato per lui. C’è un dovere umano dunque al godimento e alla fruizione del reale che richiede la non conflittualità con la materia.

La vita non è però solo godimento ma anche fatica dell’esistenza. È un grande mitzvà essere sempre felici. Rav sottolinea, con questo suo intervento inserito al termine del «Trattato sul matrimonio», l’importanza dell’apertura alla vita in una prospettiva di realizzazione, dove le cose vanno godute per quello che sono. Dobbiamo recuperare la capacità di stupirci della creazione.

 

 

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