Romano Guardini e il valore del corpo

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Per Romano Guardini la realtà è sempre corpo e spirito, Körper und Geist.

Romano Guardini e la modernità

Romano Guardini è critico nei confronti della società moderna e in particolar modo nei confronti di quella deriva materialistica che rischia di annichilire sia l’essere che la comprensione della realtà. Nella sua “Weltanschauung positivistica”, l’uomo contemporaneo desidera impadronirsi della realtà intera trascinando però tutto in un degenerato e sterile materialismo:

In un’epoca, in cui da una parte concetti e formule rintronano lo spirito, dall’altra un demoniaco materialismo trascina tutto nel puro sensitivo, l’uomo vorrebbe impadronirsi intimamente dell’intera realtà, che è corpo e spirito, forma e luce, essere e significato: cioè della sana e salva realtà.

R. Guardini, La funzione della sensibilità nella conoscenza religiosa…, p. 165-166.

Occorre riconoscere che questa riduzione non permette di comprendere la realtà che per il filosofo italo-tedesco è sempre Körper und Geist, corpo e spirito. Egli constata che al salire del livello creaturale la corporeità guadagna maggiori qualità, modi di essere e persino nuovi caratteri. Quella umana in particolare, a differenza di tutte le altre, è una corporeità di nuovo genere, non fine a sé stessa bensì in grado di relazionarsi con tutto il vivente. Questa grande apertura le conferisce una universalità e una responsabilità che la caratterizzano profondamente:

Da tutto questo emerge una forma di corporeità di nuovo genere, che non è solo più fine o sviluppata delle forme nominate finora, ma gode di qualità che la mettono in relazione con il tutto del mondo vivente, conferendole una specie di universalità.

R. Guardini, I Novissimi…, p. 45.

Corpo, spirito e corporeità in Romano Guardini

La corporeità umana si esprime nel corpo e non semplicemente attraverso il corpo. È il corpo che interagisce con la realtà e la può apprendere; può recepire i contenuti sensitivi e spirituali in quanto rapportato allo spazio circostante e in quanto recettivo agli stimoli. Esso, scrive Romano Guardini, comporta assai più del solo anatomicamente descrivibile, possiede un qualcosa di sconfinato. La corporeità spazia su larghi orizzonti. Con lo spirito il dominio del possibile cresce e la materia diviene sempre più suo oggetto e strumento:

Dio ha voluto l’uomo come uomo, e uomo è lo spirito che si esprime e in quanto si esprime ed agisce nel corpo; è l’organismo corporeo in quanto consiste nella sfera d’azione dello spirito personale, e mediante questo è plasmato in una figura e per un’attività che da sé non potrebbe mai raggiungere; costituito ricettacolo dove lo spirito, con la sua dignità e responsabilità, sta nella storia.

R. Guardini, I Novissimi…, p. 43.

Lo spirito si esprime attraverso la corporeità agendo così nella storia. Nella concezione guardiniana è il corpo che contiene lo spirito il quale aspira alla forma corporea, fermo restando che la sola corporeità terrena non può certo ambire alla pienezza della vita dello spirito. Ecco che Romano Guardini distingue dunque due forme di corporeità: il corpo terrestre e il corpo celeste, con il primo che è germe del secondo. Il corpo è soggetto alla natura, ma non solo: in parte, e forse in parte preponderante, esso viene edificato dallo spirito che lo forgia.

Romano Guardini corpo

Il rapporto che intercorre tra corpo e anima spirituale è ciò che caratterizza l’uomo nei confronti di tutto il resto della creazione. Esso non si esaurisce in quella che Guardini definisce la «tensione generatrice di vita», ma si articola in reciproci influssi dove il corpo è condizionato dall’anima ma, allo stesso tempo e in un altro ordine di causalità, quest’ultimo influisce profondamente su di essa.

Anima e corpo non sono grandezze che si possono separare in modo assoluto. Il corpo è oggetto di costante edificazione da parte dell’anima spirituale; anzi quel che si chiama corpo, ad ogni passo e in ogni atto della struttura che gli è propria, implica l’anima così vera che, se gliela si potesse disgiungere, non ne rimarrebbe più corpo, ma una mera configurazione biologica, anzi forse unicamente un certo conglomerato di composti chimici in disgregazione.

R. Guardini, I Novissimi…, p. 51.

Nessuna delle due dimensioni può raggiungere il bene, proprio e globale, indipendentemente da quello dell’altra.

È possibile un atto puramente spirituale?

L’anima non vive per conto proprio, ma opera attraverso e nel corpo. Tale constatazione basta a Romano Guardini per chiedersi, all’interno dell’opera Die letzten Dinge (1940), se sia possibile, nell’esperienza umana, il compiersi di un atto puramente spirituale o non siano invece tutte le nostre azioni ad essere contemporaneamente spirituali e corporee, vale a dire per l’appunto umane:

Si suol dire che l’anima è nel corpo, intendendo con questo che l’anima è il principio della vita del corpo, il contenuto della sua manifestazione, il significato storico del suo persistere e del suo muoversi, ma si potrebbe anche dire altrettanto bene che il corpo è nell’anima, intendendo con questo che l’anima lo possiede come strumento del suo operare, rivelazione del suo nascondimento; sito, posizione e materia della sua esistenza storica, della sua figura, della sua azione. Forma e destino del corpo sono compenetrati con la vitalità dell’anima.

R. Guardini, I Novissimi…, p. 51.

Partendo dal riconoscimento dell’interdipendenza delle due dimensioni è possibile affermare che non esistono atti puramente spirituali, ma solo azioni ambivalenti. L’anima non partecipa soltanto dell’interiorità, infatti essa non si trova nel corpo come un elemento materiale accanto ad un altro, ma vi esiste a suo modo nella forma dell’espressione in tutte le singole parti e funzioni. La cognizione del finito è un qualcosa che accompagna ogni tipo di esperienza umana. Tuttavia nell’uomo c’è qualcosa che soffre questo limite e ne tenta il superamento. Il famoso filosofo italo-tedesco parte da questa constatazione per tentare di dare risposta ad un quesito centrale per la nostra indagine: in ciò che noi chiamiamo corpo vi sono indicazioni o accenni trascendenti le pure possibilità intrinseche del mondo stesso?

L’uomo moderno, ritiene Romano Guardini, percepisce ogni rapporto come un qualcosa di condizionante e lega il proprio livello di realizzazione prevalentemente a rapporti di possesso. Così facendo rompe la relazione con l’assolutamente Altro, cioè con la trascendenza. Da solo l’uomo, però non può raggiungere quella realtà che lo supera immensamente in quanto la trascendenza di Dio è d’altra natura e assolutamente indipendente di fronte al mondo. Ecco che nell’esperienza religiosa la realtà che si sperimenta a livello sensoriale ne annuncia un’altra e ciò che è immanente diviene immagine della trascendenza.

Quella religiosa è sempre esperienza

Nell’opera Religion und Offenbarung (1958), Romano Guardini si sofferma sulla necessità di tornare all’esperienza religiosa individuandone le caratteristiche attraverso un attento esame fenomenologico. In ordine a questa finalità, gli organi della sensibilità umana sono fondamentali; essi non conducono semplicemente al fenomeno bensì aprono al fenomeno quale “luogo dell’apparire”. Da questo punto di vista, quando Guardini parla dell’uomo, non si riferisce a lui come ad un’essenza astratta né ad una mera “composizione”, ma una unità concreta, vivente, che incontra le cose, gli altri e Dio stesso:

A questo punto dobbiamo renderci chiaro un fatto importante: la concezione moderna dell’uomo non s’accorda con tutto ciò. Essa è in pari tempo spiritualistica e sensualistica; l’una e l’altra cosa tradiscono la realtà di fatto che l’autentico umano-vivente vi manca. Da una parte c’è un intelletto che lavora astrattamente a mezzo di concetti; dall’altra il sistema sensitivo-fisiologico che afferra sensazioni. Frammezzo, stranamente scentrato, un sentire puramente emozionale. Ma l’uomo non è questo. Il suo spirito è incorporato e il suo corpo è spiritualizzato. L’uomo non è una “composizione”, ma una unità vivente; ed è quest’unità che incontra le cose, gli altri uomini e Dio stesso.

R. Guardini, La funzione della sensibilità nella conoscenza religiosa…, p. 164.

La modalità conoscitiva propria dell’esperienza religiosa non è il sapere ma il «sentimento»: con questo Guardini intende che essa non è riducibile a solo stato emozionale, ma è piena esperienza, il venire cioè a contatto con quella realtà che Rudolf Otto definiva del numinoso. L’uomo nella sua totalità si trova coinvolto nell’esperienza religiosa dal momento che questa tocca in profondità la sua esistenza.

Spiritualità e Scrittura

Un apporto decisivo contro quella tendenza spiritualizzante tanto distruttiva che caratterizza la società e il vissuto religioso moderno, Romano Guardini lo trova primariamente all’interno della Scrittura. Nel vangelo di Giovanni è molto forte la lotta al dualismo e alla mentalità spiritualistica in quanto il rapporto tra corpo fisico di Cristo, Eucaristia e trasmissione all’uomo della vita divina, è notevolmente sviluppato. In Gv 6, 54 Gesù afferma: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.» Guardini si chiede perché Gesù non utilizza altre parole quali: «Se non unirete il vostro spirito al mio, la vostra volontà alla mia…?» La risposta è evidentemente legata alla valenza che rivestono il corpo e la carne:

Perché non si tratta dello spirito, ma della vivente umanata realtà di Cristo, che ha il suo punto discriminante precisamente in ciò che ogni pretesa spiritualizzatrice suole lasciar cadere per primo, cioè il corpo o, con espressione più rude, usata da Giovanni, la carne.

R. Guardini, I Novissimi…, p. 55.

È proprio attraverso ciò che ogni pretesa spiritualizzante lascia cadere per primo, ossia il corpo, che è possibile e anzi risiede la salvezza. Ecco il motivo per il quale il cristiano, sottolinea Romano Guardini, non persegue un’esistenza incorporea, ma una corporeità totalmente spiritualizzata:

«Il cristiano vuole andare oltre il puro corpo: egli vuole superare ogni prepotenza del corpo, rendersi padrone della propria essenziale libertà, della sovramondanità, d’un rapporto immediato con Dio diventando così veramente cittadino del mondo dello spirito. […] Ma la mèta ultima non è una esistenza incorporea, “puramente spirituale”, bensì una corporeità totalmente spiritualizzata […].», R. Guardini, Formazione liturgica…, p. 55.

Corpo, anima e ascesi

Dall’epoca medioevale in poi il rapporto di interconnessione essenziale tra anima e corpo si è progressivamente indebolito; ciò però non è avvenuto a causa della ricerca di una qualche forma di ascesi. La vera ascesi non tende a mettere da parte il corpo o a rendergli estranea l’anima, bensì ad esporlo in maniera sempre più completa all’energia formativa che l’anima possiede:

«Dal Medioevo in poi il concetto della connessione essenziale fra anima e corpo si è progressivamente indebolito; questo allentamento non è scaturito da qualche tipo di ascesi. La vera ascesi non tende mai a distruggere il corpo o a rendergli estranea l’anima, bensì vuole esporre il corpo in modo sempre più completo all’energia formativa dell’anima. Essa istituisce nell’uomo il rapporto giusto e in tal modo spiritualizza progressivamente il corpo. Mentre ciò che ebbe inizio con l’epoca moderna ha ben altro significato: essa aspirava al “puro” essere spirituale e provocò una delle confusioni più terribili che mai abbiano fatto vendetta con la definizione dell’atteggiamento rispettoso dell’integralità umana: si voleva il “puro-spirituale” e si incappò nell’astratto. […] L’unità di corpo e spirito, che sola per noi significa vita, si è dissolta.», R. Guardini, Formazione liturgica…, p. 60-61.

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