Odo Casel e il ruolo del corpo nel Rito

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Avvalendosi del testo Phänomenologie der Religion (1933) dello storico delle religioni Gerardus van der Leeuw, Odo Casel prende in esame quegli elementi che a livello rituale definiscono le primitive forme religiose. Tali esperienze erano contraddistinte da una forte tendenza a concepire l’uomo integralmente coinvolto all’interno del rito. La scoperta di questo carattere di totalità, e conseguentemente quindi anche di una differente concezione di alterità, della dimensione partecipativa e di quella simbolica quali strutture portanti accentua, dichiara Casel, l’«astrattezza» tipica delle moderne forme religiose.

All’interno di quello che l’autore chiama «pensiero totale primitivo», non solo l’intelletto e la volontà si abbandonano alla vita divina, ma tutto l’uomo è votato ad essa. Pertanto nell’azione cultuale non sono coinvolte solamente le forze interiori ma, proprio in quanto azione, anche il corpo è soggetto e diviene simbolo di un mondo superiore:

Non solo vi partecipano tutte le forze dell’anima, ma anche il corpo nel culto diventa il simbolo e il soggetto di un mondo superiore, di un mondo al di là. Corpo, anima, spirito sono qui un’unità.

O. Casel, Fede, Gnosi e Mistero. Saggio di Teologia del culto cristiano…, p. 64.

Ciò che è stato progressivamente separato, corpo, anima e spirito costituiva originariamente un’unità.

Azione e corpo nell’antico uso romano

Nelle produzioni di Odo Casel il tema dell’azione rituale, e quindi l’attenzione alla corporeità nella liturgia, riveste parecchia importanza. La scelta di trattare la categoria dell’azione all’interno del primo numero della rivista liturgica da lui fondata nel 1921, Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, è a tal proposito molto eloquente: suo è infatti l’articolo che apre il volume dedicato all’utilizzo liturgico del termine actio.

Questa locuzione nell’antico uso romano era strettamente connessa all’atto sacrificale, ma l’azione non era riferita attivamente solo al sacerdote e passivamente all’offerta e al popolo presente, bensì a tutti gli astanti. Nella consuetudine romana col grido «Hoc age!» sull’offerta, l’araldo esortava tutti al rispetto e all’attenzione per ciò che si stava compiendo, il che non stava a significare esclusione dalla scena, ma anzi piena partecipazione anche se con assenza di parole. Negli antichi culti misterici il credente, attraverso la ripetizione delle azioni rituali, partecipava all’opera delle divinità. In un qualche modo, per mezzo dell’insostituibile mediazione corporea, l’uomo diventava parte della loro stessa “stirpe”:

Il credente entrava con ciò in rapporto stretto con esse, e il rapporto veniva espresso con molteplici figure ricavate dal comportamento umano; egli diventava “partecipe della razza” degli dei.

O. Casel, Il mistero del culto cristiano…, p. 65.

All’interno dell’azione rituale la corporeità ricopre pertanto, da sempre, un ruolo essenziale: essa consente l’accesso al livello esperienziale del rito.

Il corpo quale imprescindibile punto di partenza per la ricerca di Dio

Come rileva Odo Casel, possiamo affermare con certezza che anche nel cristianesimo il raggiungimento di una reale e profonda unione con l’Uomo-Dio è consentito dalla corporeità:

Se c’è ancora qualcuno che concepisce la vita di fede in sé come un legame puramente intellettuale o morale, i misteri dimostrano che il cristianesimo significa un inserimento fisico, infinitamente profondo, nel Cristo mistico.

O. Casel, Il mistero dell’Ecclesia…, p. 208.

Questa constatazione fu evidente sin dall’esperienza originaria dei discepoli; anche per loro il ruolo della mediazione corporea fu altrettanto basilare. Per gli apostoli e i primi cristiani il cuore di tutto il cristianesimo non furono la dottrina o la morale di Cristo, ma la sua persona in quanto Uomo-Dio. Questo mettere al centro la corporeità anche in relazione alla trascendenza è però progressivamente venuto meno ma, sottolinea il benedettino di Maria Laach, il corpo resta comunque imprescindibile punto di partenza per la ricerca di Dio:

Noi, che siamo creature legate al corpo e per di più abbiamo lo spirito oscurato dal peccato, vediamo dapprima delle ombre, che accennano e nascondono allo stesso tempo. Però queste ombre parlano anche del “corpo” e cioè della realtà da cui esse provengono; sono dunque per noi un punto di appoggio nella ricerca di Dio.

O. Casel, Il mistero del culto cristiano…, p. 214.

Da questa consapevolezza la conseguente necessità per il credente di riappropriarsi di tutte le dimensioni coinvolte nell’esperienza rituale, il che significa riappropriarsi imprescindibilmente del ruolo che il corpo svolge all’interno del rito stesso.

Odo Casel e i Misteri del culto

Si tratta di riconoscere come, attraverso l’azione umana, Dio operi la sua salvezza e, allo stesso tempo, l’uomo acceda alla divina presenza. Riconoscere questo significa riconoscere che un evento tangibile come il rito, che appartiene pienamente alla storia, è in grado di trascendere la storia stessa. Questa è la constatazione essenziale che determina in Odo Casel, come visto sopra, l’interesse per la categoria dell’azione e per la corporeità nel rito. All’interno di esso è l’uomo che compie azioni, ma è il Signore che simultaneamente le realizza nell’uomo e attraverso l’uomo stesso.

È per il conseguimento di tale scopo che il Signore ha dato all’uomo i Misteri del culto, cioè quelle azioni sante che l’uomo compie, ma che sono realizzate da lui. Mediante questi atti l’uomo partecipa della salvezza; contemporaneamente questi atti, che appartengono al sensibile, trascendono l’esperienza umana in quanto oltre ad essere sensibilmente percettibili posseggono anche, usando un’espressione di Casel, una forza altamente spirituale. Nel testo Mysterium der Ekklesia, Odo Casel scrive che il Mistero è rituale azione simbolica e

Da qui la necessità della liturgia. La liturgia è simbolo, celebrazione rituale di un atto divino.

O. Casel, Il mistero dell’Ecclesia…, p. 255.

Il famoso monaco renano, coi suoi studi sulle religioni, sottolinea che il Mistero è azione concreta ed attuale che rende presente un’azione già passata; questo presupposto è un punto di partenza fondamentale anche per il pensiero liturgico odierno.

Rito, trascendenza e corpo

All’interno delle sue opere, il famoso monaco renano, prende in esame molti testi patristici mostrando grande conoscenza delle fonti, competenza nella loro utilizzazione e nella loro valorizzazione. Analizzando un passaggio del testo Commentaria in Evangelium Joannis di Origene, definisce «concreto» e «tangibile» il pensiero origeniano nonostante il forte spiritualismo che caratterizza l’autore. Muovendosi all’interno del nesso tra spiritualità e materialità, egli sottolinea che il rapporto diretto con la trascendenza al quale consente di pervenire il rito, nonostante tutta la sua elevatezza spirituale, è possibile solamente attraverso la concretezza e la fisicità del corpo:

Un rapporto diretto con Cristo, e quindi con Dio, così concreto e fisico nonostante tutta la sua finitezza ed elevatezza spirituale, tende per natura a non esaurirsi in relazioni puramente spiritualistiche, ma piuttosto a mostrarsi e avverarsi nel culto concreto.

O. Casel, Fede, Gnosi e Mistero. Saggio di Teologia del culto cristiano…, p. 41.

Senza una tale realizzazione cultuale della relazione con Dio, questo rapporto correrebbe il pericolo dell’astrazione soggettiva. Conseguenza di questa considerazione è che il vissuto religioso non può essere caratterizzato da eccesso di, o peggio ancora da puro, spiritualismo. Una fede concepita come esclusivamente spirituale manca di realtà, non è terrena, ma nemmeno celeste: lo spiritualismo in sé senza il realismo rimane, secondo un’espressione di Casel stesso, sospeso a mezz’aria.

Il valore del corpo dai culti misterici al rito cristiano

Nell’opera Das christliche Kult Mysterium (1932), Odo Casel sottolinea che tanto il mistero di Cristo e della sua incarnazione quanto il mistero del culto portano al loro interno un doppio carattere: quello della maestà divina operante e insieme quello del nascondimento sotto i simboli materiali i quali allo stesso tempo nascondono e rivelano. L’azione misterica, con più stretto riferimento all’eucaristia, è quella alla quale Casel si interessa maggiormente e della quale si occupa. Egli prende in esame emblematicamente un passaggio dell’opera Adversus haereses di Ireneo di Lione che evidenzia come il pane, dopo l’epiclesi, assommi in sé terreno e celeste:

Quemadmodum enim qui est a terra panis, percipiens invocationem Dei, jam non communis panis est, sed eucharistia, ex duabus rebus constans, terrena et cœlesti: sic et corpora nostra percipientia eucharistiam, jam non sunt corruptibilia, spem resurrectionis habentia.

Ireneo di Lione, Adversus haereses, IV, 18, 5.

Anche il corpo, attraverso l’eucaristia, partecipa delle cose celesti. È antichissimo l’uso di esprimere mediante l’azione del mangiare e del bere il conferimento al corpo di una forza divina che, nel sacramento dell’eucaristia come cibo, raggiunge una realizzazione straordinariamente alta e pura: un vero e proprio alimento di vita dal quale scaturisce l’unità profonda con l’Uomo-Dio. Quello che era il valore della corporeità nei culti misterici viene assimilato dal cristianesimo il quale attribuisce, sin dal suo nascere, una particolare valenza simbolica alle azioni sacramentali e conferisce un ruolo centrale alla corporeità in quanto unica via capace di portare a piena partecipazione. È dunque la corporeità ad essere fondamentale condizione di ogni autentica ed efficace iniziazione; per questo motivo essa non va soppressa o disprezzata, anzi la sua funzione va indagata.

Corpo, fede, azione

Nell’orizzonte teologico caseliano la manifestazione personale del divino, cioè la sua dimensione epifanica, è strettamente legata all’azione misterica rituale che attraverso lo svelamento di senso nel momento pratico apre alla trascendenza. Odo Casel indica le azioni umano-divine del Figlio, alle quali è intrinsecamente associata l’apertura degli uomini alla trascendenza trinitaria, quali completamento del mistero in quanto consentono l’incontro della Chiesa col Padre. Come l’attuazione del mistero è azione, così anche l’accesso alla trascendenza è possibile e avviene solo tramite azione: il rito è questa azione, anzi questa partecipazione nell’azione. Ecco allora che si comprende meglio il valore che Odo Casel attribuisce alla fede. Questa non è riducibile a mero adempimento di comandi, quindi non dipende esclusivamente dall’intelletto e dalla volontà dell’uomo, ma è una elevazione di tutto l’essere umano sul piano divino. Anzi è proprio in quanto azione che essa permette di trascendere l’esperienza umana.

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Bibliografia:

O. Casel, Il mistero del culto cristiano, Città di Castello, Borla, 1985.

O. Casel, Fede, Gnosi e Mistero. Saggio di Teologia del culto cristiano, Padova, Edizioni Messaggero, 2001 («Caro Salutis Cardo», Studi/Testi, 14).

O. Casel, Il mistero dell’Ecclesia, Roma, Città Nuova Editrice, 1965.

G. Bonaccorso, Il rito e l’altro. La liturgia come tempo, linguaggio, azione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 20122 (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica, 13).

A. Grazioli, Il Movimento liturgico di Maria Laach in La Scuola Cattolica, 52 (1924), Milano, Pontificie Facoltà teologica e giuridica di Milano.