La visione tricotomica dell’uomo in Origene

La visione tricotomica dell’uomo in Origene

La visione della natura dell’anima di Origene è assai vicina a quella del platonismo classico, senza però giungere mai ad associare il male direttamente alla corporeità. Per l’autore l’esperienza del corpo serve per elevare l’anima vivendo a pieno quella che è «l’immagine e somiglianza» che Dio stesso ha concesso all’uomo attraverso il dono dello spirito. Anche la sua antropologia trova fondamento a partire dal passo paolino contenuto nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’uomo quindi è formato da corpo, anima e spirito (cfr. Origene, De Principiis, IV, 2, 4). L’anima vivifica il corpo, ma, quando si passa dalla semplice vita carnale alla vita dell’anima, appare il terzo elemento, lo spirito: «Questo spirito non è lo Spirito Santo, ma una parte del composto umano, come insegna lo stesso Apostolo» (Origene, Heracl. VII, 20).

Che cos’è dunque lo spirito? Evidentemente, non si possono trascurare le affermazioni precedenti, secondo cui è parte del composto umano, ma è anche sorgente di vita divina, e perciò supera l’uomo. Lo spirito è ciò attraverso il quale l’uomo trascende se stesso. Jacques Dupuis, che ha dedicato un studio particolareggiato alla concezione origeniana dello spirito dell’uomo, scrive: «esso è il punto di contatto tra l’uomo e il Pneuma divino che l’abita» (J. Dupuis, «L’esprit de l’homme», Etude sur l’anthropologie religieuse). In quanto partecipa dello Spirito che è santo, lo spirito umano ha qualcosa di intrinsecamente santo, che non gli viene alienato neppure dallo stato di peccato dell’uomo.

Origene considera quindi lo pneuma pura azione di Dio. Lo spirito è l’elemento divino presente nell’uomo e così lo si trova realmente in continuità con il ruah ebraico. In quanto dono di Dio, propriamente parlando non fa parte della personalità dell’uomo, giacché esso non assume la responsabilità dei peccati commessi, che lo mettono tuttavia in uno stato di torpore, impedendogli di agire sull’anima. Esso è il pedagogo dell’anima, o piuttosto dell’intelligenza: la sua azione specifica sta nella pratica delle virtù giacché è in lui che risiede la coscienza morale. Permette all’uomo la conoscenza di Dio.

Lo pneuma è distinto dallo Spirito Santo, ma ne è tuttavia una partecipazione e suo luogo proprio quando è presente nell’uomo. Nei Padri dei primi secoli lo pneuma presente nell’uomo non sempre è distinto dallo Spirito Santo (la terza ipostasi); sarà successivamente Tommaso che cercherà di chiarire quando e con che differenze i Padri precedenti si riferiscono all’uno o all’altro. Esso vivifica e illumina l’anima che è invece la sede del libero arbitrio, del potere di scelta, dunque della personalità. Se essa si adegua alla condotta dello spirito, si assimila a lui, diviene tutta spirituale, anche con il suo elemento inferiore, il corpo (per Origene l’elemento superiore posseduto dall’anima, chiamato con il termine platonico nous, o la mens, è l’intelligenza. Quello inferiore, invece, è l’attaccamento dell’anima alla corporeità). Ma se essa si rifiuta allo spirito e si volge alla carne, l’elemento inferire toglie al superiore il suo ruolo egemonico e rende l’anima intera carnale. Questo elemento superiore, l’intelligenza, costituiva del tutto l’anima solo nella preesistenza, secondo l’ipotesi favorita da Origene. Creata secondo l’immagine di Dio, essa è imparentata al divino al quale diviene similare con la pratica della vita cristiana.

L’anima è l’allieva per eccellenza dello pneuma. Quest’ultimo rappresenta l’aspetto attivo della Grazia. È un dono divino, laddove l’intelligenza ne è l’aspetto passivo e recettivo: è essa che riceve e accetta questo dono. L’elemento inferiore dell’anima è stato aggiunto dopo la caduta originale. Esso corrisponde alla tentazione permanente dell’anima di distogliersi dallo spirito per cedere all’attrazione del corpo. L’anima è quindi disputata tra lo spirito e la carne: essa è il campo di battaglia e la posta della loro lotta, ed è essa che deve decidere per l’uno o per l’altro con il suo libero arbitrio.

Per spiegare il rapporto che intercorre tra anima e spirito, Origene, nella sua prima Omelia sulla Genesi, si allaccia alla creazione dell’uomo e della donna: «Il nostro uomo interiore consta di spirito e anima: diciamo maschio lo spirito, l’anima si può definire femmina. Se essi hanno mutua concordia e consenso, unendosi tra loro crescono e si moltiplicano: cioè generano, come figli, i buoni sentimenti, le idee e i pensieri utili, mediante i quali riempiono la terra e la dominano; cioè, assoggettata a sé l’inclinazione della carne, la volgono a migliori disposizioni e la dominano, in quanto la carne non insuperbisce affatto contro il volere dello spirito» (Origene, Homiliæ in Genesim, I, 15).

Un’anima che, lasciata da parte l’unione con lo spirito, si volge ai piaceri del corpo non cresce e si allontana progressivamente dalla sua piena realizzazione e dal suo creatore: «Se invece l’anima, congiunta con lo spirito e, per così dire, a lui unita in matrimonio, a volta si volge ai piaceri del corpo e piega il suo sentire ai godimenti carnali, a volte sembra ubbidire ai salutari ammonimenti dello spirito, a volte addirittura cede ai vizi della carne, un’anima siffatta, come contaminata dall’adulterio con il corpo, non si può dire che cresca e si moltiplichi legittimamente, perché la Scrittura dice imperfetti i figli degli adulteri» (Origene, Homiliæ in Genesim, I, 15).

Una differenza essenziale tra quelli che resuscitano per la gloria e quelli che resuscitano per la dannazione è che questi ultimi non posseggono più pneuma: Dio ha loro ripreso il dono fattogli. Origene lo spiega in tre riprese interpretando Mt 24, 51 e Lc 12, 46. Se il padrone sorprende il servo malvagio nell’atto di percuotere i suoi compagni e di bere con gli ubriaconi, egli lo «spezzerà in due», secondo l’espressione utilizzata dai due evangelisti, vale a dire, secondo Origene, Egli riprenderà loro lo pneuma quando l’anima e il corpo andranno nella Geenna (cfr. Origene, De Principiis, II, 10, 7). Conservando l’anima del dannato la sua partecipazione indelebile all’immagine di Dio diverrà essa stessa la fonte del suo tormento.

 

 

 

 

Bibliografia:

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

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