Anima e spirito in Matteo

Anima e spirito in Matteo

Nel capitolo XVI del Vangelo di Matteo troviamo: «Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16, 26). Con queste parole Gesù evidenzia l’importanza della psyché e il fatto che la sua unicità non è riscattabile. Essa può essere persa vivendo in modo errato o costruendosi delle false ed effimere certezze. La vera vita si trova solo in Dio e nella sua sequela.
In Matteo la psyché è anche sede dei sentimenti: «Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti» (Mt 12, 18). L’evangelista cita il profeta Isaia in quella che è la più ampia citazione biblica presente in Matteo. In questo punto abbiamo la presentazione del servo con la relativa investitura spirituale per la missione. La minaccia di morte fatta a Gesù dai farisei poco prima crea il clima per l’introduzione del testo sul servo del Signore (cfr. Mt 12, 14). In questo contesto la psychê costituisce un bene prezioso in quanto è l’intera vita del Servo.
Gesù viene presentato come Servo di Dio sul quale il Padre pone il suo Spirito. Nei due passaggi in cui troviamo distinti i livelli di psyché e pnêuma, ci risulta evidente come la prima sia del Servo stesso, mentre il secondo gli sia dato dal Padre.
Troviamo un altro punto interessante al capitolo XXII. Gesù, interrogato da un dottore della Legge, declama il comandamento più importante: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Mt 22, 37). Cuore, anima (vita), e mente indicano le tre forze interiori intese a designare tutto l’uomo. Il significato di psyché è quindi “con tutto te stesso, con tutta la tua vita”. In questo versetto ψυχῇ è complemento di mezzo. Essa è fatta per cercare Dio senza riserva e benedire per sempre il Suo nome: l’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando, nel testo di Matteo, le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture personali e profonde: cuore, anima e mente.
Gesù nel Getsèmani dice ai discepoli: «“La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”» (Mt 26, 38). Qui psyché viene usata sempre col significato di vita interiore e sede dei sentimenti: «vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26, 41). Il livello spirituale è pronto mentre quello corporale no: in un momento di grande prova interiore, la psyché è soggetta alle debolezze della carne. Essa richiede quindi, a differenza dello spirito, maggiore preparazione. Le parole di Gesù suonano come invito a partecipare alla sua condizione spirituale. Girolamo, commentando il v. 38, combatte una corrente di pensiero che al suo tempo si stava diffondendo: «E’ l’anima che si rattrista; ma non a causa della morte. Si rattrista fino alla morte, finché con la sua passione non avrà liberato gli apostoli. E l’ordine: “Restate qui e vegliate con me”, non mira a vietar loro il sonno, che ancora non li aveva presi: è un invito a guardarsi dal sonno dell’incredulità, dal torpore dell’anima. Coloro che credono che Gesù abbia assunto un’anima non razionale, spieghino come può ora rattristarsi e sperimentare questo momento di tristezza. Sebbene infatti anche gli animali privi di ragione si rattristino, tuttavia essi non conoscono né le cause della loro tristezza né la durata di essa» (Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo).
Mentre Giovanni Crisostomo sul v. 41 scrive: «In seguito, per evitare che tutto il suo discorso appaia eccessivamente duro, aggiunge: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Infatti, anche se tu sei risoluto nel disprezzare la morte ― sembra dire Cristo ― non vi riuscirai, se Dio non ti tende una mano: la carne trascina a terra lo spirito» (Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di San Matteo). I Padri quindi distinguono, come vedremo meglio in seguito, in maniera netta la parte animale dell’uomo da quella spirituale.
Nel momento della morte in croce leggiamo in Matteo: «E Gesù, emesso un alto grido, spirò» (Mt 27, 50); letteralmente «emise lo spirito». Qui il termine pnêuma è usato per indicare l’emissione del respiro vitale da parte di Gesù. Anche in Matteo, come nell’Antico Testamento, quindi, troviamo spirito usato per designare il respiro vitale dell’uomo che viene perso con la morte.

 

 

 

Bibliografia:

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

J. GNILKA, Il Vangelo di Matteo (seconda parte), Paideia Editrice, Brescia 1990.

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