L’opera d’arte e la liturgia

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Nell’opera Über das Wesen des Kunstwerks (1954), contenente una conferenza tenuta dall’autore all’Accademia di arti figurative di Stoccarda, Romano Guardini sottolinea l’effettiva poliedricità che l’opera d’arte possiede. Nell’arte l’uomo è quell’ente capace, col suo ambito interiore, di rispondere alle cose del mondo.

Romano Guardini e la tensione tra interiore ed esteriore nell’arte

L’artista non coglie semplicemente la cosa come gli sta davanti, ma ne ricava l’essenza dal suo apparire. Da quest’incontro emerge anche l’essenza dell’artista e l’essenza umana in generale. I due aspetti non sono solamente concomitanti, ma fusi l’uno all’altro: attraverso il sentire, l’uomo sperimenta l’oggetto il quale acquista una nuova pienezza di senso. Viceversa, a contatto con l’oggetto, l’uomo giunge a maggiore coscienza e maggiore sviluppo di sé stesso. Mentre accade ciò, risuona attraverso l’opera d’arte la totalità dell’esistenza e, quello che potrebbe sembrare un “prodotto parziale”, diviene simbolo del tutto, diviene ben percepibile quanto sta al di là dell’oggetto rappresentato, ossia la totalità dell’esistenza in genere.

L’artista nel creare non ha primariamente finalità didattiche o pedagogiche. Egli tenta di risolvere quella tensione tra interiorità e esteriorità, tra ciò che dev’essere e ciò che è, tra corpo e spirito, tentando di superarla attraverso un altro ordine di realtà che è appunto quello dell’arte.

L’arte come superamento del dualismo interiore-esteriore

Come riporta Martin Heidegger nell’opera L’origine dell’opera d’arte, i greci usavano il termine τέχνη per indicare sia l’artigianato che l’arte e chiamavano τεχνίτης sia l’artigiano che l’artista. Il motivo di questa convergenza risiede nel fatto che entrambi, oltre ad essere connessi all’azione del creare, designano un modo del sapere.

È l’interdipendenza tra interiorità dell’uomo e esteriorità del suo agire che permette il creare artistico.

Ecco che ogni opera è vincolata al suo autore, testimonia di lui, lo rende immediatamente dato allo sguardo e, analogamente, egli è legato a qualcosa che è al di fuori di lui.

Anche l’arte, che duramente ha dovuto lottare per vincere l’opposizione tra spirito e materia, è chiaro esempio della necessità di oltrepassamento di questo dualismo. Come scrive Romano Guardini, i dati della percezione sono assunti come punti di partenza per creare, dalla materia del mondo e della natura, un altro mondo dell’opera e dell’azione; ciò non per raggiungere uno scopo, bensì per manifestare un significato: in questo sta l’azione e l’importanza dell’opera d’arte e dell’autentico simbolo.

Rapporto opera d’arte e simbolo in Romano Guardini

Ma l’azione dell’opera d’arte non si esaurisce qui. Essa, al pari del simbolo, riesce a legare interiore e esteriore:

L’atto dell’artista che guarda e rappresenta l’essenza ha portato questa a più piena espressione. L’interno è ora anche “esterno”, è apparire e può essere osservato, viceversa l’esterno è ora anche “interno”, viene percepito e vissuto e può essere assunto nella propria esperienza.

R. Guardini, L’opera d’arte…, p. 34.

In una forma di circolo significativo incentrato sull’atto, possiamo vedere come l’artista nel rappresentare l’essenza la porti a più piena espressione. L’interno diviene anche “esterno”, appare e può essere quindi osservato, viceversa l’esterno diviene anche “interno”, viene percepito e vissuto e può essere assunto nella propria esperienza. Tutto il “reale” dell’opera d’arte, le superfici, i colori e i materiali, acquista carattere di allusione mediante il quale l’artista fa comprendere allo spettatore quello che propriamente intende comunicare e che si trova di per sé in quello spazio irreale che l’uomo è in grado di aprire col suo sguardo e la sua rappresentazione al fine di entrare in un rapporto di tensione con la realtà. Questa tensione con il reale è la tipica qualità peculiare esercitata anche dal simbolo.

L’opera d’arte, scrive il filosofo italo-tedesco, apre uno spazio all’interno del quale l’uomo può entrare, nel quale può respirare, muoversi e trattare con le cose e gli uomini, fattisi aperti. In virtù di tale azione, sia l’essenza della cosa che quella dell’artista, confluiscono in un’unità vitale e si protendono verso l’espressione.

Forma ed esperienza: lo spettatore

Il potere “inverante” dell’opera d’arte non isola gli uomini all’interno dei loro vissuti, bensì li colloca nell’appartenenza alla verità che accade in essa. L’autopercezione dell’artista si fonde col modo attraverso il quale esso vede la cosa pertanto, scrive Romano Guardini, l’esperienza della sua forma significante sgorga dalle sollecitazioni dell’esperienza di sé.

Ecco dunque che un’autentica opera d’arte non è come un qualsiasi altro fenomeno immediatamente percepito, cioè una semplice porzione di ciò che esiste, ma una totalità. Anche allo spettatore è dato di sperimentare qualcosa che accade. La chiusura che avvolge la sua essenza si allenta, secondo la profondità con la quale penetra nell’opera d’arte, secondo l’intensità della sua comprensione, secondo l’intimità della sua relazione con essa. Egli si manifesta più chiaramente a sé stesso, non mediante una riflessione teoretica, ma tramite quella che Guardini definisce una «chiarificazione immediata». Infatti la proprietà essenziale che possiede l’opera d’arte è quella di permettere la compenetrazione fra essenza dell’uomo e essenza dell’oggetto che emerge nel manifestarsi dell’espressione.

Per poter comprendere quello che intende comunicare l’artista attraverso l’uso delle superfici, delle masse, dei colori e dei materiali è necessario che lo spettatore apra col proprio sguardo quello spazio irreale che genera tensione con la realtà. Naturalmente, sottolinea Romano Guardini, non ci si può divincolare dall’esteriore-reale, ma i due aspetti divengono così intimamente intrecciati da costituire quell’unità caratteristica che prende il nome appunto di “opera d’arte”. Questa trae origine dalla medesima disposizione di fondo di ogni altra creazione di cultura e di civiltà, dal fatto cioè che l’uomo infrange l’immediatezza del suo essere entro il contesto della natura, attua la propria libertà e con essa va incontro al mondo e si fa attivo in rapporto ad esso.

Opera d’arte vs dottrina

L’opera artistica, scrive Guardini, tocca il tessuto e le radici della vita interiore molto più profondamente di quanto non riesca a fare una dottrina. Agendo sull’immaginazione e sul sentimento, tende a diventare un archetipo entrando nella vita dell’osservatore, “assimilandolo” e “trasformandolo”.

La suddetta constatazione viene così espressa anche da Odo Casel:

L’immagine non ricorda l’archetipo quasi come se prendesse una deviazione attraverso il pensiero soggettivo dell’uomo; l’osservatore vede invece immediatamente nell’immagine l’archetipo. Accade così una visione spirituale; attraverso il visibile lo spirito vede l’invisibile che comunica all’immagine visibile la sua potenza di presenza.

O. Casel, Fede, Gnosi e Mistero. Saggio di Teologia del culto cristiano…, p. 123.

Il fenomeno dell’immagine riveste un ruolo decisivo nell’esperienza religiosa e si trova riccamente sviluppata all’interno del culto. Essa è una forma espressiva che ha una propria funzione conoscitiva la quale non può essere in alcun modo sostituita da alcun concetto. L’immagine permette alle cose di divenire simbolo del sacro e, come linguaggio peculiare, fa sì che il culto e il rito aprano all’esperienza religiosa: in altri termini l’immagine è quella realtà che consente l’accesso al sacro. Con quest’ultimo essa condivide il fatto di avere un senso, ma non uno scopo.

L’opera d’arte e la liturgia

Odo Casel e Romano Guardini constatano che sussiste un profondo legame tra l’opera d’arte e la liturgia. Quest’ultima non può svilupparsi soltanto nell’interiorità (del resto come culto oggettivo e comunitario non potrebbe) e quindi, proprio perché legata al Mistero divino, deve assumere forma artistica. La liturgia, scrive Romano Guardini, è arte che diviene vita. Anzi, mette in rilievo Odo Casel, dal momento che il Signore nell’evento del Golgota ha creato il Mistero della fede, egli si è dimostrato il sommo Creatore di simboli e quindi artista in senso divino e sommo. Ciò fu rilevato anche dai Padri della Chiesa che giunsero a riconoscere che la via verso la divinità passa necessariamente attraverso l’umanità di Gesù, e quindi attraverso l’immagine.

come scrive Giovanni Damasceno: “Osservando la sua figura corporea, comprendiamo […] anche la gloria della sua divinità

O. Casel, Fede, Gnosi e Mistero. Saggio di Teologia del culto cristiano…, p. 135-136.

Di fatto, sin dalle sue origini, nell’opera artistica è all’opera la verità. Essa riceve, secondo Romano Guardini, il suo senso vero e proprio solamente da Dio. Ecco che la vera funzione educatrice della liturgia consiste, per il fedele, nello stare dinanzi a Dio che si manifesta nelle azioni liturgiche, proprio come avviene a chi osserva un’opera d’arte. L’arte è importante per la liturgia perché è in sintonia con l’intento di quest’ultima, ossia con l’apertura al sacro. Entrando nella liturgia, l’arte vi immette bellezza, dimensione essenziale per l’apertura al mistero celebrato.

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Bibliografia:

R. Guardini, L’opera d’arte, Brescia, Editore Morcelliana, 20083.

M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, Milano, Christian Marinotti Edizioni, 20124 (Collana heideggeriana, 1).

G. Bonaccorso, Il rito e l’altro. La liturgia come tempo, linguaggio, azione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 20122 (Monumenta Studia Instrumenta Liturgica, 13).

G. Bonaccorso, La liturgia e la fede. La teologia e l’antropologia del rito, Padova, Edizioni Messaggero, 20102Caro Salutis Cardo», Sussidi, 8).

O. Casel, Fede, Gnosi e Mistero. Saggio di Teologia del culto cristiano, Padova, Edizioni Messaggero, 2001 («Caro Salutis Cardo», Studi/Testi, 14).

A. Grillo, Introduzione alla teologia liturgica. Approccio alla liturgia e ai sacramenti cristiani, Padova, Edizioni Messaggero, 20112 (Caro Salutis Cardo, 9).