Guy Gedalyah Stroumsa: Le trasformazioni dei primi secoli

Guy Gedalyah Stroumsa: Le trasformazioni dei primi secoli

Guy Gedalyah Stroumsa (Parigi, 1948) è professore emerito presso le Università di Gerusalemme e Oxford. Il testo La fine del sacrificio. Le mutazioni religiose della tarda antichità, pubblicato in Italia nel 2006, contiene quattro conferenze da lui tenute nel febbraio del 2004 presso il Collège de France. Secondo Stroumsa è stato il giudaismo, prima del cristianesimo, a sperimentare quattro cambiamenti determinanti: interiorizzazione della religione, prevalere di una religione del Libro e della scrittura (con conseguente processo di canonizzazione), cessazione del sacrificio cruento, ed emergere di un tipo nuovo di comunità religiosa in cui la religione diventa fattore d’identità.

Il presente lavoro analizza con particolare attenzione i contenuti della terza conferenza che porta il titolo: “Trasformazioni del rituale”. Qui il relatore individua nell’abolizione del sacrificio cruento ebraico con la distruzione del Tempio (70 d. C. ad opera di Tito) e da parte dell’imperatore cristiano Teodosio (fine IV secolo), la chiave di accesso al cuore della rivoluzione religiosa tipica della tarda antichità. L’interesse di Stroumsa si rivolge inoltre alle pratiche collegate all’emergere di comunità scritturistiche non più fondate sul sacrificio pubblico e cruento, ma sulle pratiche di forme spirituali di sacrificio come la preghiera.

Le trasformazioni religiose del mondo mediterraneo e mediorientale nei primi secoli furono talmente profonde e incisive da influenzare la storia successiva e in gran parte la fondazione della cultura europea. Per fare riferimento a un concetto divenuto corrente dall’epistemologia delle scienze di Kuhn (cfr. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 2009), ciò cui assistiamo sotto l’impero romano, è un cambiamento di paradigma in ambito religioso: «Rivoluzione religiosa, perché assistiamo al crollo dei sistemi antichi, quelli dei Greci e dei Romani, ma anche quello di Israele, fondato com’era sui sacrifici quotidiani presso il Tempio di Gerusalemme» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 9-10). Di tutti questi sistemi religiosi antichi, soltanto l’ebraismo sopravvisse e seppe ricostituirsi ma al prezzo di trasformazioni radicali. Il cristianesimo è quindi sorto in un’epoca di grandi cambiamenti.

La prima profonda trasformazione intervenuta è stato il passaggio del centro di gravità della persona umana dalla vita in questo mondo all’interesse crescente per l’avvenire della persona dopo la morte. Un simile passaggio evidentemente non poteva che avere conseguenze profonde sulle strutture della religione: «La nuova importanza dell’escatologia individuale, del destino della persona dopo la morte, non ha tanto a che fare con l’idea dell’ eternità dell’anima, centrale già per Platone, quanto piuttosto con quella della resurrezione dei corpi e del giudizio universale. Si tratta, come sappiamo, di un’idea proveniente dall’Iran, e da lì passata al giudaismo, poi da quest’ultimo al cristianesimo primitivo» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 14). Nel mondo antico era molto forte l’esigenza e la richiesta di verità alla religione. In questo periodo il pensiero riflessivo sulla religione e sui miti, così come sulla pratica, costituisce parte integrante della religione anziché restare esterno a essa («La teologia ebraica, in seguito cristiana è musulmana, permette alla filosofia di rivolgersi ai miti e riti sia dall’interno che dall’esterno», G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 15).

E’ Agostino il primo a trattare con specifiche argomentazioni il tema delle caratteristiche del sacrificio. Il sacrificio visibile è sacramento, cioè segno sacro, di un sacrificio invisibile. Vero sacrificio è: «ogni opera con cui ci si impegna a unirci in santa comunione con Dio, in modo che sia riferita al bene ultimo per cui possiamo essere veramente felici» (Agostino, De civitate Dei, X, 5-6). Come tutti gli autori cristiani antichi, anche lui prende posizione nei confronti dei sacrifici pagani che ritiene erronei in quanto rivolti ai demoni: questi mettevano in risalto le forze delle creature anziché la potenza del Creatore (cfr. Agostino, Epistolae 102, 16-21). I sacrifici giudaici sono invece dei rimedi all’idolatria. Dio gradisce i sacrifici non perché gli giovino direttamente ma per il motivo per cui erano compiuti, cioè per il desiderio di onorarlo che in essi si esprimeva. Agostino propone quindi di trovare Dio in se stessi: il movimento di elevazione e quello d’interiorizzazione si identificano. Anche in Plotino, che rappresenta una sorta di continuità tra la concezione greco-romana e quella cristiana, è presente questa dimensione; ma tale esigenza non è ritenuta essenziale alla religione della collettività. I sacrifici dei giudei erano letti secondo varie “tipologie” dai Padri della Chiesa; in particolare quello di Isacco e quello di Melchisedek. Tutti superati poi dal sacrificio di Cristo. Per spiegare il passaggio dal pensiero sacrificale antico a quello cristiano è necessario, secondo Stoumsa, considerare l’esperienza ebraica e il suo ruolo nella mutazione dei concetti antropologici della tarda antichità: «Da Paolo in poi, l’idea del sacrificio del figlio di Dio non sembrava tollerabile, anche in un pensiero che coltivava un paradosso, se non per mezzo della certezza della resurrezione» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 23).

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