La spiritualità dell’anima in Plotino

La spiritualità dell’anima in Plotino

Plotino, riprendendo per molti aspetti il pensiero filosofico greco classico, parla dell’Uno dal quale trae origine l’Intelletto (nous), che a sua volta genera la psiche cosmica che sarà poi presente in tutte le cose attraverso le «ragioni seminali». Egli assegna all’anima una posizione intermedia tra il mondo intelligibile e il mondo sensibile. Occupa, in particolare, una posizione intermedia tra le realtà che le sono inferiori (materia, vita del corpo) e realtà superiori (vita puramente intellettiva e pura esistenza che appartiene al Principio).
Secondo questo schema ciascun grado di realtà non può essere spiegato senza il grado superiore: l’unità del corpo senza l’unità dell’anima che lo vivifica; la vita dell’anima senza quella dell’Intelletto superiore che contiene il mondo delle Forme e delle idee platoniche e che la illumina permettendole il pensare; la vita dell’Intelletto senza la feconda semplicità del Principio divino e assoluto.

 
Nelle opere di Plotino non troviamo il termine pneuma, né tanto meno viene identificata una parte dell’anima responsabile della vita. Viene però sottolineato chiaramente che l’anima è di natura spirituale in quanto possibilitata all’Intelletto, il quale, a sua volta, è ciò che dà vita all’anima stessa. Al nous è conferito di fatto un carattere prettamente spirituale (cfr. Enneadi, IV, 8, 8, 1-3). Essa è ritenuta una sostanza separata dal corpo che agisce indipendentemente da esso; di natura spirituale ed incorporea; di natura divina ed eterna.
Plotino distingue la psiche umana da quella animale che è irrazionale. Vi è una pluralità di anime che non contraddice l’unità dell’anima stessa: l’anima come pura ipostasi; l’anima del mondo che propriamente produce il mondo fisico; le anime particolari che si limitano a governare i singoli corpi (cfr. Enneadi, IV, 3, 5-6)
È attraverso l’anima che l’uomo fa piena esperienza delle cose: «Il fatto è che tutto ciò che si trova nell’anima non è per questo cosciente e giunge a “noi” solo nel momento in cui perviene alla coscienza. Se un’attività dell’anima si esercita senza trasmettere nulla alla coscienza, quell’attività non perviene all’anima nella sua totalità. Ne consegue dunque che «noi» non sappiamo nulla di quell’attività, in quanto “noi” siamo vincolati alla coscienza, e che «noi» non siamo una parte dell’anima, ma l’anima nella sua totalità» (Enneadi, V 1, 12, 5-8).

 
È la psiche nella sua totalità, quindi anche nella sua spiritualità, ciò che distingue l’uomo dal semplice animale. Plotino critica la dottrina dell’anima forma del corpo ed accentua di conseguenza i caratteri divini dell’anima: l’unità e indivisibilità, l’ingenerabilità ed incorruttibilità, tutti caratteri negativi secondo lui.
I Padri successivi a Plotino, pur ammettendone la spiritualità, precisarono la distanza dell’anima dall’essenza divina: essa è solo «immagine dell’immagine» (cfr. Gregorio di Nissa, De anima) data poi la sua possibilità di deviare, essa è lontana dalla perfezione divina. Agostino aggiunge a tutte queste caratteristiche anche l’immortalità e precisa che in quanto incorporea, l’anima, è la sostanza più vicina a Dio (cfr. Civ. Dei 11, 26, 1; Quant. An. 34, 77).

 
Per conoscere una cosa è indispensabile esaminarla nella sua interezza quindi per esaminare l’anima è necessaria l’introspezione. In tal modo la nozione di coscienza, intesa come introspezione o ripiegamento su sé stessi, comincia con Plotino ad avere la meglio sulla nozione di anima, giacché questa viene ridotta a semplice movimento di introspezione. Essa non sarà mai proprietà del corpo, anche se risiede in esso: «il discendere e l’entrare [di un’anima] in un corpo, così come diciamo noi, vuol dire che l’anima dà al corpo qualcosa di sé, ma non diventa sua; e l’andarsene vuol dire che il corpo non ha più nessuna comunione con essa» (Enneadi, VI, 4, 14-15).

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