Sant’Agostino e l’opera “Le Confessioni”

Sant’Agostino e l’opera “Le Confessioni”

Sant’Agostino e la luce intelligibile

Siamo di fronte ad una delle opere più lette, citate e commentate nell’intera storia della cultura occidentale. A detta dell’autore stesso, essa ha lo scopo di coinvolgere ed insegnare. Stesa tra il 397 e il 401, in apertura vengono enunciati gli oggetti di discussione e dopo quello del “male”, troviamo quello del “desiderio” che l’anima ha di cercare il suo principio e il tortuoso cammino che essa deve intraprendere per raggiungerlo. Sant’Agostino condivide appieno la dottrina plotiniana dell’illuminazione secondo la quale l’anima sta a Dio esattamente come la luna sta al sole di cui riflette la luce. Dio è il Padre della luce intelligibile, quella per mezzo della quale, la realtà diviene percepibile e soprattutto comprensibile. Poiché cercare e conoscere sono le azioni che caratterizzano l’anima, Sant’Agostino si chiede cosa significhi affermare che «l’anima cerca se stessa». Essa non può ignorarsi fin tanto che vive secondo la propria natura, cioè al di sotto di Dio e al di sopra dei corpi. Se desidera però essere autosufficiente e ambire a quella perfezione che è di Dio, allora si distoglie da Lui e si rivolge alla materialità vivendo però così in uno stato di perenne povertà ed non realizzazione. La scelta di allontanarsi da Dio è volontaria ed in questa sta l’errore dell’anima e la colpa umana.

 

Lo spirito e gli occhi

Nel libro sesto, parlando dei giochi, definiti “efferati e funesti”, Sant’Agostino scrive: «si corpus meum in locum illum trahitis et ibi constituitis, numquid et animum et oculos meos in illa spectacula potestis intendere?». Nel testo a fronte che ho consultato, il passo viene così reso: «Potete trascinare in quel luogo e collocarvi il mio corpo, ma potrete puntare il mio spirito e i miei occhi su quegli spettacoli?». In questo punto la traduzione non è corretta: nella dottrina agostiniana è l’anima infatti che possiede la facoltà di percepire e comprendere la realtà attraverso i sensi, non lo spirito. Con il termine “anima”, Sant’Agostino intende il sé interiore che necessita della salvezza e di tempo necessario per raggiungerla (cfr. Libro VI, 11, 18). Agostino è altresì convinto che «Nimquam tanta et talia pro nobis divinitus agerentur, si morte corporis etiam vita animae consumeretur» (Libro VI, 11, 19). E’ l’anima che comanda il corpo e il movimento delle varie membra: «Imperat animus corpori, et paretur statim: imperat animus sibi, et resisititur». Trovo però nella traduzione: «lo spirito comanda al corpo, e subito gli si presta obbedienza; lo spirito comanda a se stesso e incontra resistenza». Alcune versioni, purtroppo, non rispettano il senso e il pensiero dell’autore.

 

L’uomo e i doni di Dio

Fondamentale per la definizione agostiniana di “spirito” il Libro XIII delle Confessioni al numero 31. «Quanti vedono le tue opere attraverso il tuo spirito, sei tu che vedi in loro». Sant’Agostino si chiede come possa l’uomo conoscere i doni che ha ricevuto da Dio, e risponde affermando che non è l’uomo che conosce ma lo spirito di Dio che dimora in lui. «Sempre, quando vediamo nello Spirito di Dio che una cosa è buona, non noi, ma Dio vede che è buona». Ma l’uomo può giudicare cattiva una cosa buona oppure giudicare buona la creazione senza pensare a Dio suo creatore in quanto desidera semplicemente godere di essa. «E’ c’è l’uomo che vede che una cosa è buona, ma Dio vede in lui che è buona. Allora evidentemente è Dio amato nella sua creazione. Ma Dio non potrebbe essere amato se non attraverso lo spirito che ci diede, poiché l’amore di Dio fu diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato».

 

 

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Bibliografia:

AGOSTINO, Le Confessioni, (M. Bettini, a cura di; C. Carena, traduzione di), Einaudi, Torino 20022.

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

 

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