Il sacrificio nella religione cristiana antica

Il sacrificio nella religione cristiana antica

Mentre i rabbini riuniti a Yavne nel 70 d. C. riuscirono a trasformare il giudaismo in una religione non sacrificale, il cristianesimo si stava definendo proprio come religione incentrata sul sacrificio, anche se si trattava di un sacrificio reinterpretato: «L’anamnesis cristiana del sacrificio di Gesù ha un potere molto diverso rispetto alla memoria ebraica dei sacrifici nel Tempio, poiché l’anamnesis è la riattivazione del sacrificio del Figlio di Dio, svolta dai sacerdoti» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 76).

Possiamo seguire tra gli autori patristici un netto sviluppo del vocabolario sacrificare nel linguaggio liturgico che nel corso dei primi secoli afferma sempre di più la propria continuità con l’antica tradizione. Tra i cristiani dei primi secoli la prassi ascetica della imitazio Christi poteva assumere una forma radicale esprimendo la volontà di arrivare fino al martirio per ripetere, in un certo senso, il sacrificio del figlio di Dio, che era stato anche in teoria l’ultimo dei sacrifici umani. I sacrifici umani formano certamente una categoria a parte nella tassonomia dei sacrifici e del loro studio; non si tratta di sacrifici cruenti come gli altri. Sotto l’impero romano, per tutti gli autori che ne parlano, essi rappresentano il confine stesso tra umanità e barbarie. La repulsione mostrata dai cristiani per i sacrifici in generale e il loro orrore per i sacrifici umani in particolare, svolse un ruolo non irrilevante nello sradicamento dei sacrifici cruenti nel mondo mediterraneo. Sappiamo che i sacrifici umani furono praticati più a lungo di quanto si potrebbe credere visto che Tertulliano, fra altri, testimonia la loro esistenza nella provincia africana dell’inizio del III secolo. Tanto Clemente quanto più tardi Eusebio affermano che solo il cristianesimo riuscì a porre fine ai sacrifici umani. Ma questo orrore dei sacrifici umani poteva coesistere con una citazione del martirio, talvolta addirittura un’attrazione per esso.

Dai primi testi dei Padri apostolici sino a quelli degli Apologisti, si diede grande importanza al sacrificio. La Didachè riporta: «Nel giorno del Signore, riunitevi per spezzare il pane e rendere grazie, dopo aver in precedenza confessato i vostri peccati, in modo che il vostro sacrificio sia puro» (14, 1.2). Questo approccio diventa presto comune e diventa anche la definizione stessa di eucaristia.
Verso la fine del IV secolo, Giovanni Crisostomo, scrive: «Non offriamo forse un sacrificio quotidiano? In effetti, noi lo offriamo tutti i giorni, rappresentando la Sua morte. […] Noi offriamo la stessa persona, non un montone oggi, un altro domani, ma sempre la stessa offerta» (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Lettera agli Ebrei, 17.3.). In forma metaforica, il sacrificio cristiano è anche, a partire al II secolo, «un cuore contrito» (cfr. Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, 52). Le preghiere offerte dai cristiani sono i soli sacrifici perfetti e graditi a Dio.

Ignazio di Antiochia, nei due primi decenni del II secolo, si spinge oltre. Nella sua Epistola ai Romani, identifica specificamente il proprio futuro martirio con un sacrificio offerto a Dio, precisando che la sua carne divorata dalle fiere si trasformerà in «puro pane di Cristo». In una qualche misura c’è identificazione tra martirio e sacrificio (cfr. Ignazio di Antiochia, Epistola ai Romani, II e IV).
I pensatori cristiani nella loro stragrande maggioranza hanno saputo riconoscere la novità del sistema che stavano plasmando. Per molti i sacrifici offerti in passato al Tempio di Gerusalemme rappresentavano una concessione permessa da Dio a un popolo dalla “dura cervice” e troppo influenzato dalle pratiche dei popoli pagani come gli egiziani tra i quali avevano a lungo soggiornato. Stroumsa a questo punto richiama un’ambiguità caratteristica. Il sacrificio però non voleva morire, esso appare al contempo terminabile ed interminabile: «Ho fatto un riferimento all’inizio di queste pagine alla teoria di René Girard, per il quale è il cristianesimo ad aver messo fine, una volta per sempre, alla violenza sacrificale di tutte le religioni dell’antichità. È facile rendersi conto delle risonanze teologiche, o dei sentori pseudoteologici, di una simile teoria. La religione dell’amore degli uomini è anche quella del sangue di Cristo. È nota la potenza evocatrice, e la terribile forza, di questo sangue dipinto, ancora fino a non molto tempo fa, sulle statue e sulle immagini. Si pensi a quanto questa potenza e questa forza, oggi moltiplicate dal cinema, rischino ancora di fare appello al sangue, tanto è vero che la pia evocazione del sacrificio di Cristo non porta solo al pentimento. Poiché si tratta appunto di un sacrificio» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 85).

Il sacrificio era profondamente legato alla devozione popolare antica e a tutto il significato che questa dava al sangue usato ritualmente: «Con l’agricoltura nasce il sacrificio del sangue […]. Si tratta di una concezione antichissima e quasi universale, ovvero la credenza che ogni creazione implichi un transfert magico di vita. Attraverso un sacrificio di sangue si proietta l’energia, la “vita” della vittima nell’opera che si vuol creare» (M. Eliade, La prova del labirinto, pp. 56-57).

L’idea e il bisogno del sacrificio quindi non scomparvero in modo così totale come si sarebbe potuto credere. La fine dei sacrifici animali ufficiali implica anche quella del rituale civile e delle feste pubbliche sulle quali si basava il potere di Roma nelle province: «Con l’esaurimento, l’interdizione, e infine la quasi estinzione dei riti sacrificali, l’idea stessa di purezza rituale, con tutta evidenza, verrà messa a dura prova. Da questa prova uscirà radicalmente trasformata verso la fine dell’antichità» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 88).
Per gli ebrei come per i cristiani, l’ambito del pubblico è quello della Roma pagana, mentre la religione vera, fondata sulla coscienza individuale (anche se lecita) resta relegata all’ambito privato, poiché i sacrifici sono stati aboliti.

Per quanto concerne i riti di purificazione, dopo i profeti di Israele, Gesù mise in questione il valore assoluto dei rituali di purezza, insistendo sul fatto che a insudiciare è più che quel che esce dalla bocca, che non quello che vi entra. L’acqua delle abluzioni e del battesimo sostituì definitivamente, per cristiani ed ebrei, il fuoco dei sacrifici.

 

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