La Psiche nel vangelo di Matteo

La Psiche nel vangelo di Matteo

Il Vangelo di Matteo occupa da sempre il primo posto nella tradizione testuale. Si presenta come la catechesi più completa e per questo la Chiesa lo ha utilizzato molto, non solo come esauriente ricostruzione della vita e della dottrina di Cristo, ma anche come guida per l’insegnamento comunitario.

Quando Matteo ricorre al termine psiche lo fa in riferimento al significato veterotestamentario dove, come abbiamo visto in articoli precedenti, indica la vita nel senso prettamente materiale e biologico. Il legame tra la psiche e il corpo è importante: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10, 28). In questo versetto Gesù, parlando ai dodici,  mette in relazione anima e corpo evidenziando nel contempo la disarmonia che ci può essere tra i due. Questa contrapposizione anticipa e fa risaltare maggiormente quella tra uomo e Dio ugualmente contenuta in Matteo.

I verbi all’imperativo non permettono di pensare ad una semplice esortazione, bensì ad un esplicito comando. Psiche in entrambi i casi è complemento oggetto senza articolo (καὶ ψυχὴν καὶ σῶμα); questa omissione, nei nomi concreti, mette maggiormente in risalto la loro natura e le loro qualità. Questa semplice scelta stilistica evidenzia, da parte dell’evangelista, la volontà di dare una determinata sfumatura alla frase. Punto di partenza importante per l’interpretazione del versetto è l’idea che Dio è Signore assoluto della vita e della morte. Bisogna temere soltanto Dio, non gli uomini.

Da questo passo possiamo ricavare delle informazioni interessanti sulla concezione antropologica di Matteo: «L’enunciazione non presuppone un’anima che sopravvive priva del corpo, ma chiarisce che Dio può conservare la vita dell’uomo nella sua totalità anche al di là della morte, la psiche insieme con il soma costituisce l’uomo nella sua totalità» (A. Sand, Il vangelo secondo Matteo). L’intento dell’enunciato non è quello di fornire informazioni sullo stato intermedio dell’esistenza umana: ciò che importa è lo sguardo rivolto al giudizio divino. Qui la concezione della psiche è molto parenetica. Il cambiamento di vita deve aver luogo subito, pensando anche alla possibilità di una morte imminente che il discepolo deve mettere in conto a causa della sua appartenenza a Cristo.

Girolamo, nel commentare il versetto in esame, dice: «Se coloro che uccidono il corpo non possono uccidere l’anima, ne consegue che l’anima è invisibile e incorporea, a confronto, intendo dire, della più pesante sostanza del nostro corpo. Certo, maggiormente essa sarà punita e soffrirà allorché rientrando in quello che era stato il suo corpo, patirà la pena insieme col corpo con cui ha peccato» (Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo).

 

 

Bibliografia:

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

A. SAND, Il vangelo secondo Matteo, Morcelliana, vol. I, Brescia 1992.

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