La prassi liturgica, un capitolo della teologia morale?

La prassi liturgica, un capitolo della teologia morale?

Martedì 3 novembre, presso i locali dell’Istituto di Liturgia Pastorale in Padova, si è svolta una lectio magistralis tenuta dal Prof. Giannino Piana dal titolo: “La prassi liturgica, un capitolo della teologia morale?”

Già docente di etica cristiana presso la Libera Università di Urbino e etica ed economia presso l’Università di Torino, il relatore ha affrontato il difficile e poco frequentato tema del rapporto tra etica e ritualità. Oggi è in atto una crisi della scienza morale che si scopre incapace di ritrovare i suoi fondamenti. Il riscatto deve necessariamente passare attraverso il recupero del legame prassi liturgica – prassi morale. Tra le principali cause che hanno portato all’odierna separazione tra prassi liturgica e prassi morale troviamo l’affermarsi della devotio moderna, cioè la diffusione di una religiosità in cui la salvezza è individuale. La liturgia e i sacramenti sono una sorta di conquista operata dal soggetto e ricevuti quindi per merito. È sparito il livello comunitario. Si aggiunga un moderno rifiuto della categoria simbolica in favore di un “realismo cosificato” dell’azione liturgica. Il distacco tra le due prassi ha prodotto pure un allontanamento tra vita vissuta e liturgia; quest’ultima non rinvia più al quotidiano. La chiamata alla perfezione è costitutiva dell’etica evangelica e della morale cristiana. Questa diventa allora solo mera distinzione tra lecito ed illecito più che accompagnare alla scelta della perfezione cristiana.

I presupposti grazie ai quali è possibile pensare ad un recupero del rapporto morale-liturgia rimandano al passato. Nel periodo patristico la morale trovava il suo naturale collocamento all’interno della liturgia; le omelie erano importanti momenti etici. Non aveva quindi grande sistematicità ma costituiva un’efficace chiamata alla perfezione cristiana. La riflessione morale oggi si ancora troppo alla filosofia positiva e al diritto, dimenticando il suo primario compito di condurre alla perfezione evangelica; compito delegato in gran parte alla spiritualità. È necessario il recupero della dimensione storico-evolutiva della prassi liturgica. Bisogna reintrodurre nel rito la vita vissuta e tutto il bagaglio di significati simbolici che questa possiede all’interno della liturgia; è necessario capire che l’atto liturgico non è possibile senza il coinvolgimento della dimensione della quotidianità delle persone. I sacramenti sono l’assunzione delle cose e delle esperienze importanti nella vita dell’uomo nel divino. Recuperare il rapporto tra prassi liturgica e dimensione teologale della prassi liturgica è importante anche per la pratica della carità. Oggi assistiamo ad un “secondo illuminismo” in cui le cose devono servire a qualcosa e non possedere un senso. È necessario il recupero dell’atteggiamento di rispetto nei confronti del livello misterico che presuppone un atteggiamento di accoglienza. Tutto questo è necessario per ristabilire il rapporto con l’evento cristologico fondante che permette poi l’imitazione di Cristo da un punto di vista etico.

Siamo giunti quindi alle caratteristiche che deve possedere l’etica per ricollocarsi all’interno della liturgia. È necessaria un’etica responsoriale, cioè in grado di portare a quel “si” alla chiamata (vocazione) umana alla perfezione. Il punto di partenza è un qualcosa che trascende le possibilità umane e trascende pure la storia. Spesso invece l’etica è troppo antropocentrica. Liturgia ed etica devono dialogare puntando al perseguimento della salvezza che è sempre salvezza di popolo e mai salvezza individuale.

 

Translate »