Neuroscienze, teologia e filosofia (parte II)

Neuroscienze, teologia e filosofia (parte II)

Nel mese di marzo dello scorso anno si è svolto a Padova un ciclo di incontri interdisciplinari che hanno affrontato il tema delle innovazioni tecniche, puntando l’attenzione soprattutto sul versante delle neuroscienze con potenzialità e limiti ad esse connessi. In particolare gli interventi si ponevano l’obiettivo di far comprendere quali sono le ripercussioni del progresso neuroscientifico in ambito etico. Di seguito riporto gli spunti emersi dalle varie conferenze che ritengo significativi.

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Quello dell’identità personale (rapporto mente-cervello e rapporto mente-corpo) è sicuramente il problema che richiede maggiore attenzione nel rapporto neuroscienze-etica. In questo frangente le principali posizioni possono essere riassunte in:

monista cioè esiste solo la materia ed essa è l’unica realtà studiabile;

spiritualista l’io è una sostanza reale di cui si ha certezza e il mondo è proiezione dell’io, ma la materia scompare dentro lo spirito in quanto essa è forma dello spirito stesso;

dualismo sostanziale esiste la materia ed esiste lo spirito (res extensa e res cogitans), una però non può essere ridotta all’altra in quanto entrambe sono sostanze;

dualismo delle proprietà la realtà umana è unitaria, non ci sono due sostanze (corpo e anima) però non sappiamo spiegare cosa accade a livello di pensiero come sappiamo invece fare per quello che accade a livello corporale. Nascono allora due scienze che possiedono linguaggi diversi e, in ultima analisi, non sovrapponibili.

Un passaggio importante nella comprensione delle dinamiche neuroscientifiche è stata la scoperta che alcune azioni svolte dal cervello possono essere svolte anche al di fuori di esso: questa è chiamata estensione esterna ed è legata al concetto di estensione dell’identità. Alcune di queste azioni esterne sono indispensabili per il funzionamento dell’attività celebrale e la funzione identitaria. Pensiamo alle memorie ausiliari elettroniche; se perdiamo la memoria del cellulare, tablet o notebook, rischiamo di perdere “pezzi” di noi e della nostra “identità”, purtroppo non sempre facilmente recuperabili. Che cosa potrebbe accadere se avessimo la possibilità di manipolare la memoria? Il cervello è la sede della nostra identità, la modificazione del cervello potrebbe portare alla violazione dell’integrità dell’io. L’accesso alle biotecnologie è e sarà quindi un accesso etico ed equo?

Le emozioni sono essenziali nella costruzione della moralità umana; non saremmo agenti morali se non fossimo agenti emotivi. Le emozioni sono il luogo d’origine della moralità. L’etica quindi non si fonda sulla ragione, altrimenti sarebbe una moralità per automi e indiscutibile. La ragione però interviene valutando i benefici o meno che le scelte morali portano. Tutta la nostra vita mentale dipende dai sentimenti, analizzati solo in seconda istanza dalla ragione.

E’ interessante quello che le neuroscienze ci stanno dicendo sul nostro essere agenti morali. La morale va studiata in termini di strutture generali del pensiero come accade per il linguaggio. Come nel linguaggio esiste una “grammatica di base” dalla quale si strutturano poi tutte le lingue: esiste una “morale fondamentale”? Per Adam Smith questo elemento comune sta nell’empatia, cioè in quella capacità di interpretare il gesto altrui che il mio cervello fa al pari di quello dell’altra persona (cfr. neuroni specchio). Questo dizionario “di base”, che non ha bisogno di mediazione linguistica, non ha nemmeno bisogno di spiegazioni. Se questo capitasse anche per la morale, significherebbe che possediamo una grammatica morale universale, cioè alcune regole di fondo che ritornano in tutte le culture.

 

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