Nefesh e ruah nei salmi 143 e 146

Nefesh e ruah nei salmi 143 e 146

Ultimo di sette salmi penitenziali tanto cari alla tradizione cristiana, il numero 143 appartiene al genere della “supplica”; la presenza di molti verbi all’imperativo nel testo conferma questa ipotesi. Qui l’orante è il servo del Signore e afferma dai primi versetti che il nemico lo perseguita a morte:

Signore, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio alla mia supplica,
tu che sei fedele, e per la tua giustizia rispondimi.

Non chiamare in giudizio il tuo servo:
nessun vivente davanti a te è giusto.

Il nemico mi perseguita,
calpesta a terra la mia vita,
mi ha relegato nelle tenebre
come i morti da gran tempo.

Il respiro (ruah), sintomo e sede della vita, ha perso il suo vigore; dentro il petto il cuore non fa sentire più i suoi battiti:

In me languisce il mio spirito [ruah],
si agghiaccia il mio cuore.

Poco più avanti, al versetto 10, lo stesso orante si appella allo «spirito buono» che può restituirgli il respiro:

Insegnami a compiere il tuo volere,
perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono
mi guidi in terra piana.

Il Ruah di Dio conferisce vita all’uomo; esso può restituire il respiro all’orante e guidarlo. Anche in questo salmo il Ruah di Dio è messo in relazione con quello dell’uomo ma in rapporto di assoluta dipendenza: «L’uomo vive respirando. Questa costante dipendenza da un elemento esterno per conservare la vita, porta alla conclusione che la vita viene da altrove, il che significa nella Bibbia, che viene da Dio stesso. Dio soffia nell’uomo l’alito di vita vuol dire che l’uomo riceve da Dio la vita, la cui manifestazione più concreta è proprio la respirazione» (S. JOSE’ BÁEZ, «L’uomo nel progetto di Dio: Genesi 1-3» in Antropologia cristiana. Bibbia, teologia, cultura; Ed. Città Nuova, Roma 2001, p. 185).

Il salmo 146 è un inno che dà voce alla lode della comunità. Nefesh e ruah compaiono già nei primi versetti. L’anima dell’uomo loda il Signore e nel versetto 4 si ricorda come l’uomo sia tratto dalla terra, appartenga ad essa e ad essa ritornerà: «Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare. Esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni». La fiducia del credente non dev’essere riposta in coloro che sono soggetti alla contingenza ma rivolta a colui che ha donato all’uomo il ruah. Nel punto in cui l’uomo non è più padrone di se stesso, di fronte alla morte, si mostra con chiarezza chi solo possiede la potenza, e quanto poco hanno a significare la potenza e i piani umani.

 

 

Bibliografia:

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

G. RAVASI, Il libro dei Salmi, III, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008.

T. LORENZIN, I Salmi, Paoline Editoriale Libri, Milano 2000.

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