Liturgia e Pastorale nel post-Concilio

Liturgia e Pastorale nel post-Concilio

Dal 4 al 6 maggio scorsi si è svolto un convegno di studio organizzato dall’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova dedicato all’analisi di alcuni aspetti rituali e liturgici alla luce delle istanze pastorali dettate dal Concilio Vaticano II. Molti gli spunti interessanti emersi dalle relazioni dei docenti e dai relativi dibattiti. Ne riporto di seguito alcuni, in particolare tratti dalle relazioni del Prof. Roberto Tagliaferri e Prof. Giorgio Bonaccorso.

Si avverte oggi forte la necessità di una pastoralità non banale e attenta alle istanze moderne. Nel rito antico era centrale l’azione del magiare, ma oggi il “significato” del cibo e il rapporto con esso è cambiato. Anticamente non c’era la macellazione ma solo l’uccisione rituale; si rispettava il cibo e si uccideva per accedere al sacro principio vitale (che secondo l’ottica antica risiedeva nel grasso e nelle ossa). In molte culture il cibo è portatore del principio cosmico; nei Veda chi mangia solo è peccatore. E’ l’atto del mangiare che crea il rapporto tra umano e divino: Cristo ci assimila a lui con l’eucaristia.

Di particolare interesse e attualità, l’analisi dei rapporti che intercorrono tra rito e new media. I mezzi di comunicazione che utilizzano le società moderne sono profondamente intrecciati al fenomeno rilevante delle culture religiose. Lo strumento che “media”, il medium, è strettamente connesso e incide sui contenuti (il contenuto non è mai indipendente dalla forma). Addirittura ciò che sta in mezzo potrebbe essere il messaggio stesso: l’incarnazione è il mezzo con cui Dio parla all’uomo, Cristo è dunque mezzo e messaggio allo stesso tempo.

Nell’atto del comunicare si possono utilizzare due modalità: l’oralità e la scrittura. L’oralità, che non è mai asettica, prevede il coinvolgimento emotivo di chi parla e il supporto è intrasomatico (si usano organi interni al corpo: lingua, orecchie, corde vocali…). La scrittura invece, si avvale di mezzi extrasomatici (foglio, penna, supporto elettronico…) ed è più oggettiva. Nel rito, l’oralità è sicuramente più sentita e partecipata.

Entrambi, rito e new media, sono multimediali ma i primi lavorano a lunga distanza mentre il secondo lavora a breve distanza in quanto necessita di contatto e vicinanza. Il corpo nel rito è sempre inserito nell’ambiente e viene percepito come limite (in quanto dono). I new media sono ipersomatici − stimolano il corpo che è multisensoriale − e posseggono un carattere immersivo: prevalenza di stare dentro piuttosto che di star davanti (ottica descrittiva). Il rischio connaturale ai new media è l’eccesso di realtà e l’eccesso di presenza: spettatore-attore-autore si mescolano e tutti assumono ogni ruolo. Essi esasperano la reticolarità (infiniti rimandi) quindi in realtà non si arriva mai alla res, ma c’è sempre un rimando ad altri contenuti.

Se ci pensiamo, i Padri della Chiesa hanno fatto la stessa cosa con i commenti alla Scrittura: ogni brano rimanda ad un altro e ad altri contenuti. Nei new media c’è iperrealismo, tutto diventa estremamente e immediatamente reale, a livello di esperienza. L’immaginazione ne risente e paradossalmente, dove trionfa l’immagine muore l’immaginazione.

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