La lettera ai filadelfiesi di Ignazio di Antiochia

La lettera ai filadelfiesi di Ignazio di Antiochia

Di Ignazio di Antiochia, sappiamo solamente che morì martire a Roma intorno all’anno 107. Deportato dalla Siria al tempo dell’imperatore Traiano, durante il viaggio scrisse sette lettere indirizzate ad altrettante comunità dell’Asia Minore. Le lettere di sant’Ignazio non hanno uno specifico scopo dottrinale, sono occasionali e il loro contenuto è determinato dei bisogni delle chiese alle quali sono indirizzate. Da questi scritti emerge tutta la sua personalità: fede profonda, mistico amore per Cristo e ardente anelito al martirio. La fede e la carità sono per Ignazio l’essenza del cristianesimo. Quella destinata alla comunità di Filadelfia partì da Troade.

Dopo i saluti iniziali, Ignazio loda il vescovo che dal conseguimento del suo ministero si è dedicato con passione alla comunità: «la mia anima beatifica lo spirito di lui rivolto a Dio conoscendo che è virtuoso e perfetto, la sua costanza e la sua calma in tutta la bontà del Dio vivente». La vicinanza interiore di Ignazio è rimarcata dalla scelta di usare i due distinti termini. L’anima beatifica lo spirito.

Nella parte centrale emerge molto chiaramente la motivazione della missiva: il problema dell’eresia. Le eresie sono quelle dei giudaizzanti, che negano la divinità di Gesù Cristo e sostengono la necessità della pratica dei riti giudaici; e quella dei doceti, che negavano la realtà della natura umana di Gesù Cristo. Ignazio mette in guardia tanto da un’accoglienza del giudaismo quanto da possibili scismi interni: «Quanti sono di Dio e di Gesù Cristo, tanti sono con il vescovo. Quelli che pentiti rientrano nell’unità della Chiesa saranno di Dio perché vivono secondo Gesù Cristo. Non lasciatevi ingannare fratelli miei. Se qualcuno segue lo scismatico non erediterà il regno di Dio. Se qualcuno marcia nella dottrina eretica egli non partecipa della passione di Cristo».

La dimensione del corpo è vulnerabile ma quella spirituale no perché proveniente da Dio: «Se alcuni hanno voluto ingannarmi secondo la carne, lo spirito, invece, che viene da Dio non è stato ingannato». La custodia del corpo è essenziale per il cristiano in quanto esso è tempio di Dio: «Fu lo spirito che me lo annunziò dicendo: non fate nulla senza il vescovo, custodite la vostra carne come tempio di Dio, amate l’unità, fuggite le faziosità, siate imitatori di Gesù Cristo come egli lo è del Padre suo».

Nella parte conclusiva Ignazio saluta e nel farlo associa le tre dimensioni antropologiche di carne, anima e spirito: «Vi saluta la carità dei fratelli di Troade, da dove vi scrivo per mezzo di Burro mandato dagli efesini e dagli smirnesi per farmi onore. Li onorerà il Signore Gesù Cristo nel quale essi sperano con la carne, con l’anima, con lo spirito, con la fede, con la carità, con la concordia. Statemi bene in Gesù Cristo, nostra comune speranza».

 

 

Bibliografia:
G. BOSO-E DAL COVOLO-M. MARITANO, Introduzione ai Padri della Chiesa (Secoli I e II), Società Editrice Internazionale, Torino 19984.

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