Leonardo e la nascita della Fisiognomica

Leonardo e la nascita della Fisiognomica

Leonardo da Vinci (1452-1519), iniziatore degli studi fisiognomici, nel suo Trattato della pittura al numero 290, dice: «Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non sarà laudabile». L’artista autentico è colui che sa trasporre nei volti dei soggetti il contenuto della loro anima. Da Leonardo in avanti, l’arte − spesso senza saperlo – ha cominciato a condurre una vera e propria indagine sull’animo umano; la pittura soprattutto è interessata ad andare oltre le apparenze, in aperta contraddizione con quella mentalità che gli conferisce un ruolo solo epidermico. L’artista è una sorta di fisionomo dotato di strumenti che gli consentono di tradurre nel linguaggio della rappresentazione quanto crede di vedere al di là del soggetto. Nulla è più significativo, a tal proposito, del ritratto: i tratti del volto non solo contengono indicazioni sul soggetto raffigurato, ma possono anche essere un’opportunità di conoscenza psicologica attiva e passiva per quanti si pongono davanti al ritratto stesso. La fisiognomica e i suoi principi sono uno strumento psicologico a tutti gli effetti.

Charles Darwin (1809-1882) si avvalse degli studi sulla mimica per formulare le sue teorie. Nell’opera L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali sostenne che nell’espressione umana fosse rinvenibile il legame uomo-animale in quanto anche i muscoli facciali hanno origine da forme di vita inferiori. Questo scritto era inizialmente concepito come un capitolo dell’Origine dell’uomo. In sostanza, l’interesse primario di Darwin fu quello di dimostrare che in tutte le culture umane prevalevano gli stessi gesti e gli stessi atteggiamenti. In questo modo lo studioso voleva mettere in rilievo che anche le funzioni della mente, considerate superiori, avevano seguito uno sviluppo naturale e potevano quindi essere anch’esse riscontrate in tutte le culture.

La Fisiognomica si avvalse anche della tecnica fotografica quando questa cominciò a diffondersi. Paolo Mantagazza, titolare della prima cattedra di Antropologia istituita a Firenze, scrive in Fisiognomica e mimica del 1862: «I muscoli dell’occhio sono sempre quelli che più degli altri resistono all’ipocrisia e obbediscono invece all’emozione vera, che parte dai centri nervosi. Si può piangere con l’animo inondato di gioia, si può ridere con l’animo straziato; ma è quasi impossibile affrontare apertamente lo sguardo altrui, quando si sente il bisogno di nascondere un’emozione. Molte volte l’emozione che si vuole occultare è così forte, che il guardar di fianco o dare allo sguardo un atteggiamento incerto non basta più; e allora si chiudono gli occhi convulsamente e si fanno spasmodiche contrazioni delle labbra, o del naso, o si sbadiglia». Quindi sembra proprio che l’affermazione «gli occhi sono lo specchio dell’anima» sia fisiognomicamente fondata.

 

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Bibliografia:

M. CENTINI, Fisiognomica, Edizioni Red!, Milano 2004.

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

 

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