La Kasheruth ebraica

La Kasheruth ebraica

Lunedì 15 febbraio, presso il salone Lazzati di casa Pio X a Padova, si è svolto l’incontro del gruppo di studio e ricerca sull’ebraismo. L’intervento di Adolfo Locci, capo rabbino di Padova, portava il titolo: “La Kasheruth: regole dell’alimentazione per una vita umana”.

Tutte le regole dell’alimentazione ebraica sono contenute all’interno della Torah, assieme a tanti altri comportamenti destinati all’ebreo osservante. Sappiamo che la vita è caratterizzata da regole ineludibili. L’insieme delle norme ebraiche di comportamento (613 mitzvòt) presuppone che l’essere umano non debba e non possa fare quello che vuole. Trasgredire questo presupposto può portare a delle conseguenze sociali molto gravi. Le regole alimentari che toccano la vita quotidiana di un ebreo sono strumento di elevazione che permettono di partecipare della santità di Dio (Qedushah).

Nel libro del Levitico troviamo: «Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Lv 19, 2); cioè “distinguetevi come io sono distinto”. Questo passo scritturistico intende separare l’uomo da quello che lo distruggerebbe, riportando il mondo nel caos e nel vuoto. Questo obiettivo implica anche la necessità di rinnovare perennemente il patto di alleanza uomo-Dio in tutti gli ambiti del vivere, non solo nel rapporto col cibo.

L’ebraismo è un’esperienza basata sulla condotta personale del singolo; solo attraverso la pratica e la prassi è possibile acquisire quel patrimonio individuale che diventa, in seconda istanza, comune. La famiglia riunita attorno alla tavola è il nucleo esperienziale; le regole sull’alimentazione nascono e si sviluppano da questo. La scelta e la preparazione degli alimenti sono successive in ordine d’importanza e sempre accompagnata da benedizioni rituali, anch’esse normate.

Il termine ebraico Kasheruth non è utilizzato solo con riferimento alle regole alimentari. Esso deriva da kashèr che significa idoneo/adatto; può quindi essere usato anche in riferimento a persone o cose.
Le cinque specie di cereali, se fermentati, non sono idonee alla festa di Pasqua in quanto durante la fuga dall’Egitto gli impasti furono tirati fuori dai forni prima del processo fermentativo.

In Levitico 11 e Deuteronomio 14 troviamo la catalogazione degli animali permessi nell’alimentazione. L’uomo, biblicamente parlando, non è carnivoro (cfr. Gen 3); solo dopo il diluvio c’è il permesso divino di cibarsi anche degli animali.

Gli animali permessi sono: quadrupedi (per essere mangiati devono essere ruminanti e avere l’unghia divisa a metà), pesci (devono avere pinne e squame, se mancano non sono idonei), volatili (non permesse alcune categorie, come ad esempio i rapaci). Tutte le categorie al di fuori di queste non sono permesse.

La macellazione, per la quale c’è una procedura precisa, riguarda i quadrupedi e i volatili. Nei brani contenenti la storia di Noè si dice che gli animali non devono essere mangiati con l’anima, cioè vivi, ma devono essere prima macellati. Ci deve essere la fuoriuscita del sangue (la vita), e non ci si può nutrire del sangue dell’animale né esso deve essere calpestato per rispetto alla vita. Questo fu deciso anche per allontanarsi dalle pratiche pagane diffuse al tempo. Il sangue va bruciato sull’altare o coperto di terra.

Vietato anche mescolare la carne con il latte o prodotti latticini.

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