L’influenza platonica nella Prima Apologia di Giustino

L’influenza platonica nella Prima Apologia di Giustino

Fu la sete di verità che portò Giustino (100-165), come lui stesso ci racconta, presso varie scuole filosofiche del suo tempo. Frequentò stoici, peripatetici, pitagorici, ma da tutti fu deluso. Descrivendo il suo itinerario di ricerca, presenta le correnti filosofiche con cui entrò in contatto e le giudica in base ad una certa schematizzazione che gli derivava dal medio platonismo. Giustino le dispone in ordine di valore crescente in base alle conquiste di crescita che gli hanno consentito sul piano spirituale: «Anch’io all’inizio, desiderando di incontrarmi con uno di questi [filosofi], mi affidai ad uno stoico; dopo aver passato qualche tempo con lui, poiché non imparavo nulla di più intorno a Dio – lui stesso infatti non ne sapeva nulla e diceva che questa conoscenza non era necessaria – lo lasciai e andai da un altro definito un peripatetico, molto acuto, almeno così si credeva» (Dialogo con Trifone, II, 3). Il giudizio peggiore Giustino lo riserva al peripatetico al quale rinfaccia di esser venale. Più proficuo, ma comunque lacunoso, il successivo incontro con un pitagorico.

I platonici, che al tempo possedevano la più alta forma di filosofia pagana, parvero invece soddisfarlo per un certo tempo: «Era giunto recentemente nella nostra città un uomo intelligente, che spiccava tra i platonici: lo frequentai il più possibile e progredivo e ogni giorno avanzavo notevolmente. Mi attraeva assai la conoscenza delle realtà incorporee e la contemplazione delle idee dava ali al mio pensiero. In poco tempo mi parve di essere diventato un sapiente e nella mia stoltezza speravo di [giungere] presto a contemplare Dio: questo infatti è lo scopo della filosofia di Platone» (Dialogo con Trifone, II, 5). Il platonismo influenzò molto il pensiero e le opere di Giustino anche dopo il suo approdo al cristianesimo e la successiva conversione avvenuta verso il 130.
Nella Prima Apologia troviamo espliciti riferimenti e citazioni platoniche. Secondo l’apologeta cristiano, Platone, avrebbe mutuato alcuni contenuti da Mosè: «Questi insegnamenti ci diede il santo Spirito Profetico dicendo, per bocca di Mosè, che Dio così parlò al primo uomo da Lui plasmato: “Ecco dinanzi a te il bene ed il male; scegli il bene”. Cosicché, quando Platone disse: “La colpa è di chi sceglie, Dio non è responsabile”, prese il concetto da Mosè, poiché Mosè è più antico anche di tutti gli scrittori greci» (Prima Apologia, XLIV, 1.4). Il passaggio citato è contenuto in Repubblica XVIII 378e-379e, dove Platone analizza il male anche da un punto di vista “sociale” affermando che la divinità essendo buona  non può esser causa di mali.

Giustino continua scrivendo che tutte le dottrine concernenti l’immortalità dell’anima, le punizioni dopo la morte, o la contemplazione delle cose celesti, i filosofi le hanno potute comprendere ed indagare partendo dalle rivelazioni profetiche veterotestamentarie: «Per questo appaiono esserci segni di verità presso tutti costoro [filosofi]. Li si può però accusare di non aver inteso giustamente, quando si contraddicono tra loro» (Prima Apologia, XLIV, 1.7).
Per definire la trascendenza di Dio, fonte di perfezione e di ogni bene, Giustino parla del Cristo-Logos, realmente e numericamente distinto dal Padre. Egli con un atto di pensiero creò tutto attraverso il Logos. Quest’ultimo concetto è di evidente derivazione platonica: «Questo apparirà chiaro anche negli scritti di Mosè. In essi è detto così: “E parlò a Mosè l’inviato di Dio nella vampa di fuoco dal rovo e disse: Io sono colui che è, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, il Dio dei tuoi padri. Scendi in Egitto e conduci fuori il mio popolo”. […] Ma queste parole stanno a dimostrare che Gesù Cristo è figlio ed inviato di Dio: egli che prima era Logos, apparso ora in forma di fuoco ora in immagine incorporea, al nostro tempo, per volere di Dio fattosi uomo per amore del genere umano, sopportò anche di patire […] Questi, essendo Logos e primogenito di Dio, è anche Dio. Ed Egli prima apparve a Mosè ed agli altri Profeti in forma di fuoco e di immagine incorporea» (Prima Apologia, LXIII, 4.6.10).
Giustino afferma poi che Platone apprese non solo da Mosè ma anche da molti altri profeti: «Affinché sappiate anche che Platone ha attinto dai nostri maestri − intendiamo dire dalle parole dei Profeti − l’affermazione secondo cui Dio, trattando la materia amorfa, fece il mondo, ascoltate le precise parole di Mosè, che già abbiamo mostrato essere il primo Profeta e più antico degli scrittori greci: per mezzo di lui lo Spirito Profetico, rivelando in quale modo, al principio, e da quali elementi Dio abbia creato il mondo, disse così: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era invisibile ed informe, e tenebra sull’abisso; e lo Spirito di Dio si librava sulle acque. E Dio disse − Sia la luce − e così fu”. È così che Platone, con quanti la pensano come lui, ed anche noi stessi, abbiamo appreso che tutto il cosmo è opera del Logos di Dio con gli elementi prima indicati da Mosè: e voi potete persuadervene. Sappiamo che anche quello che i poeti chiamano Erebo è già stato nominato prima da Mosè» (Prima Apologia, LIX 1-4).
Giustino interpreta cristianamente pure una particolare immagine contenuta nel Timeo (36 b-c) chiaramente riferita, a suo avviso, al Figlio-Logos. Platone, affrontando la cosmologia ed in particolare la genesi dell’universo, parla di una X che Giustino associa simbolicamente alla croce di Cristo: «Platone, letto questo, non capendo esattamente e non comprendendo che il segno era quello della croce, ma pensando a una X, affermò che la Virtù, che viene seconda dopo il Dio principio primo, è disposta a forma di X nell’universo. Quanto al fatto che parli di un terzo principio, si spiega così: egli – come abbiamo detto prima – lesse scritto in Mosè che lo Spirito di Dio si librava sopra le acque. Il secondo posto lo assegna al Logos di Dio, che dice essere disposto a forma di X nell’universo, ed il terzo allo Spirito di cui è detto che si muoveva sopra le acque. Infatti dice: “Le terze cose intorno al terzo”» (Prima Apologia, LX, 4.5).

 

 

Biblografia:

N. ABBAGNANO, Storia della filosofia. La filosofia antica, la Patristica e la Scolastica. UTET, Torino 2003.

G. GIANNANTONI (a cura di), Platone. Opere, II, Laterza, 1974.

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