Per una morale della salvezza in Immanuel Kant

Per una morale della salvezza in Immanuel Kant

Il problema della salvezza è intimamente legato alla ricerca e alla validità dei contenuti che l’uomo elabora e alle azioni che egli compie. Contenuti e azioni non sono fine a se stesse ma costituiscono la base dell’autoprogettazione umana, infatti solo a partire da un progetto è possibile parlare di salvezza.
Ogni filosofia fa riferimento alla salvezza; il problema è verificare quale sia il genere di salvezza che propone e le modalità del suo raggiungimento. Non si tratta quindi di stabilire se esista oppure no il problema della salvezza, quanto di chiarire perché non è possibile farne a meno e se sia perseguibile una “morale della salvezza”.
Da queste premesse partì il Prof. Italo Francesco Baldo nel suo intervento al XXIII Convegno di Assistenti Universitari di Filosofia (Padova 1978) dal titolo “La critica kantiana e il suo progetto di salvezza”.
Immanuel Kant (1724-1804) nell’opera La metafisica dei costumi scrive: «La cultura delle proprie facoltà naturali (facoltà della mente, dell’anima e del corpo), come mezzi per raggiungere ogni sorta di fini possibili, è un dovere dell’uomo verso se stesso»; solo partendo da questa consapevolezza è possibile impostare il problema sulla salvezza da un punto di vista filosofico.
La critica, per il filosofo di Königsberg, occupa il posto principale nella ricerca intorno alle facoltà umane, ed è quella che consente alla ragione di raggiungere la coscienza di se stessa e della realtà che la circonda. Le possibilità che si dischiudono alla critica sono vaste ma non possono uscir fuori dai confini della ragione. Compito del filosofo è di “osar sapere” quali siano le conseguenze cui la ragione può incorrere, eliminando la possibilità dell’errore nel quale la ragione stessa cade quando cerca di determinare l’oggettività scientifica delle proprie idee.

«I nostri principi che limitano l’uso della ragione solo all’esperienza possibile potrebbero allora diventare principi trascendenti e porre limiti della nostra ragione come limiti della possibilità delle cose stesse (…) se una critica accurata non vigilasse sopra i limiti della nostra ragione anche in riguardo al suo uso empirico e non mettesse un limite alle sue pretensioni» (I. Kant, Prolegomeni ad ogni metafisica futura che vorrà presentarsi come scienza, IV, 351).

La critica estende la propria capacità di ricerca a tutti gli aspetti della realtà umana, tra cui quello delle idee alla cui salvaguardia la critica si pone. Sul piano della filosofia critica Kant, oltre a comprendere i temi fondamentali riassunti nei tre quesiti (Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?), analizza e deduce — alla luce della ragione — anche tutti gli altri aspetti che appartengono alla realtà dell’uomo. La critica quindi intesa non solo come analisi ma anche come azione liberante dall’errore (progetto di salvezza).
Ma per poter misurare appieno il significato ed i limiti di questa affermazione è necessario ripercorrere l’iter speculativo kantiano.
Il compito della critica è quello di fare in modo che i “tormenti della ragione” non inducano in errore. Ed è appunto per evitare questo che Kant approfondisce il tema della validità della metafisica nell’ambito del conoscere e l’Analitica costituisce il mezzo per poter dimostrare, deduttivamente, che l’esperienza deve basarsi su una struttura schematica e categoriale che fissi il rapporto tra fenomeni e forme a priori in modo che da questo rapporto possano nascere principi di una conoscenza empirica e scientifica. Ma se l’Analitica è il mezzo attraverso il quale è possibile affrontare criticamente il tema della conoscenza, ciò viene fatto affinché la metafisica non sia vincolata al modo “fisico” con cui si perviene alla conoscenza dei fenomeni.
Kant affronta quindi il tema della Dialettica, cioè di quella parte della critica che cerca quali siano le fonti del nostro errare in sede metafisica. L’errore spesso sta nell’attribuire realtà fenomenica agli oggetti della conoscenza intellettuale pura.
La realtà nuomenica non può mai essere identica a quella fenomenica, anche se può esserne in analogia; ma questa analogia non potrà mai condurre all’effettiva esistenza del noumeno in quanto non nell’oggetto risiede l’errore ma nella ragione, o meglio, nel modo condizionato con cui la ragione entra in contatto con la realtà:

«La dialettica trascendentale sarà paga pertanto di scoprire l’apparenza dei giudizi trascendenti, e di prevenire insieme che essa non tragga in inganno» (I. Kant, Critica della ragion pura, III, 236-37).

La scienza che fonda Kant è quindi limitata, giacché si riferisce solo ai fenomeni, ma non per questo essa nega la validità delle idee; semplicemente afferma che la metafisica non ha una validità scientifica eguale a quella matematica.
Quella peculiarità che porta la metafisica al fallimento come scienza diviene in effetti il segno distintivo della sua salvezza; e se questo stesso fallimento sottolinea la limitatezza umana tuttavia il filosofo, conscio del confine della ragione scientifica, è in grado di comprendere maggiormente la validità delle idee e particolarmente quella di Dio.
L’esigenza di chiarire tutti i contenuti dell’uomo viene perseguita da Kant attraverso due altre grandi opere critiche: La critica della ragion pratica e La religione entro i limiti della sola ragione, dove il tema di liberare la morale e la religione da erronei presupposti diventa un ulteriore elemento di chiarificazione di come l’uomo possa, con la critica, progettarsi nel mondo.
Ambedue — morale e religione — non sono a se stanti, ma parti problematiche della ragione stessa e quindi la loro analisi è direttamente connessa con l’analisi della ragione nell’uso teoretico.
La critica della ragione pratica individua nella morale un dovere condizionato da fini che non consentono all’uomo di conoscere in sé la libertà del dovere e la volontà di seguirlo; per cui è necessario che egli conosca che «la ragion pura è per sé solo pratica e dà [all’uomo] una legge universale che noi chiamiamo legge morale» (I. Kant, Critica della ragion pratica, V, 31), e questa legge è definita dalla ragione come imperativo categorico, valido per tutti gli esseri appunto perché forma della ragione nel suo aspetto pratico. Non si tratta di definire cosa sia per l’uomo la morale ma di fornirgli la legge morale con la quale egli possa agire. Questa procura all’uomo la libertà che diviene il principio regolativo della ragione la cui garanzia risiede nell’esistenza di un mondo dei fini e di un Sommo Bene.
La religione realizza quella esigenza umana di ritrovarsi in una comunità etica cioè «fondare un popolo morale di Dio che è dunque un’opera la cui esecuzione può essere attesa non dagli uomini ma solo da Dio stesso» (I. Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, VI, 100).
Gli uomini necessitano quindi di una fede religiosa pura, libera da condizionamenti storici affinché abbiano con la divinità un autentico rapporto fondato sulla Divina Volontà di attuare la legge morale che già risiede in loro.
La quarta domanda (Che cosa è l’uomo?) che alla fine dell’itinerario speculativo kantiano accompagna le prime tre, indica la via che Kant ha seguito: egli ha tentato di fornire all’uomo una via critica attraverso l’analisi di tutti i suoi contenuti; infatti tutte le sue investigazioni, sia quelle relative ai quesiti fondamentali sia quelle relative alle altre realtà dell’uomo, approdano a un progetto di salvezza che ha come destinatario l’uomo stesso.
La complessità con la quale Kant esamina il problema relativo a un progetto di salvezza non è restringibile a un puro sperare in un Aldilà, ma investe tutta la realtà dell’uomo, in primo luogo quella sulla sua salvezza esistenziale.
Non vi è in Kant l’occultamento di una dimensione escatologica ma la consapevolezza di quali siano i fini che si intendono perseguire quando si voglia fornire all’uomo una strada non illusoria al suo procedere nel mondo. La critica lo libera dagli errori e pone una morale della salvezza alla cui realizzazione è chiamato integralmente.
La trattazione dell’uomo non può essere dunque solo metafisica, né solo morale o religiosa, ma deve comprendere tutti gli aspetti affinché nasca quella coscienza attiva che permette di conoscere quali sono i limiti umani sui quali si innesta poi l’esperienza di una infinità sconosciuta ma salvifica.

Bibliografia:

I. F. BALDO, La critica kantiana e il suo progetto di salvezza in Il problema della salvezza. Atti del XXIII Convegno di Assistenti Universitari di Filosofia Padova 1978, Editrice Gregoriana 1979.

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