Hannah Arendt: La vita della mente

Hannah Arendt: La vita della mente

Hannah Arendt (1906-1975), di origini ebraiche, studiò filosofia e teologia con personaggi del calibro di R. Bultmann, E. Husserl, M. Heidegger, K. Jasper. Nel 1933 si trasferì in Francia per fuggire al nazismo, e nel 1940 negli Stati Uniti. Obiettivo del suo filosofare è rifondare la politica partendo da un’analisi della modernità, ed in particolare, da uno dei suoi esiti più drammatici: i totalitarismi.

Nella sua opera rimasta purtroppo incompiuta, La vita della mente, Arendt progettava tre sezioni contenenti Pensare, Volere e Giudicare che costituivano ai suoi occhi le tre attività fondamentali del vivere umano. Queste attività della mente sono tanto essenziali quanto autonome: ognuna di esse obbedisce alle leggi inerenti all’attività stessa, sebbene dipendano tutte da una certa quiete delle passioni dell’anima, quella “calma senza passioni” che Hegel attribuiva al conoscere semplicemente pensante. Il fatto però che sia la singola persona che le applica ha dato origine ad un problema di non semplice soluzione: l’impotenza della mente sulla forza dell’irrazionale, la negazione della sovranità della ragione nel governo dell’anima. L’essere umano può trascendere spiritualmente la sua condizione ed esplorare la realtà; può volere l’impossibile, attribuire significati all’ignoto o/e all’inconoscibile. E sebbene tutto questo non possa cambiare immediatamente la realtà, i principi in base ai quali si agisce, e i criteri con cui si giudica e si conduce la propria vita, dipendono in ultima analisi dalla vita della mente.

Leggiamo: «Per questo verso, come per altri, la mente è decisamente altro dall’anima, che costituisce la sua principale concorrente al rango di sovrana della nostra vita interiore, non visibile. L’anima, da cui sgorgano le nostre passioni, i nostri sentimenti e le nostre emozioni, è un vortice più o meno caotico di eventi che noi non mettiamo in atto, ma patiamo e che in circostanze di forte intensità possono travolgerci, come avviene con il dolore o il piacere; l’invisibilità dell’anima assomiglia a quella degli organi interni del corpo, di cui avvertiamo il funzionamento o la disfunzione senza essere in grado di controllarli. La vita della mente, al contrario, è pura attività, un’attività che, alla stregua delle altre, può essere avviata o interrotta a volontà. Per di più, quantunque la loro sede sia invisibile, le passioni posseggono una propria espressività: si arrossisce per la vergogna o l’imbarazzo, si impallidisce di paura o di rabbia, si può essere raggianti di felicità o avere l’aria abbattuta, ed è necessario un notevole esercizio di autocontrollo per impedire alle passioni di mostrarsi. La sola manifestazione esteriore della mente è la distrazione, un’evidente noncuranza del mondo circostante» (La vita della mente, p. 90 ss).

Arendt definisce “strana avversione” la pretesa che appartiene alla nostra tradizione occidentale di tracciare inesorabili confini tra anima, mente e coscienza, così spesso assimilate invece. Kant riteneva che l’Io, come pensante, è un oggetto del senso interno e si chiama “anima” (non separata dalle altre dimensioni umane interne); ciò che è oggetto del senso esterno è invece detto “corpo”.

 

Bibliografia:

H. ARENDT, La vita della mente, Società Editrice Il Mulino, Bologna 1987.

 

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