La comprensione dell’anima umana e il ruolo dello spirito nel pensiero di Aristotele

La comprensione dell’anima umana e il ruolo dello spirito nel pensiero di Aristotele

Dopo una fase iniziale vicina alla visione platonica Aristotele approdò, grazie alle sue osservazioni, alla consapevolezza dell’unità psicosomatica dell’essere umano. Tale posizione è espressa principalmente nell’opera De Anima, dove definisce l’anima come forma sostanziale del corpo ed elabora la teoria denominata «ilemorfica» in base alla quale tutte le cose, compresi gli esseri viventi, sono “sinolo”, cioè unione, tra materia e forma.
«L’anima è ciò per cui primieramente viviamo, sentiamo, ragioniamo: di conseguenza deve essere nozione e forma, non materia e sostrato […]; né l’anima esiste senza il corpo, né essa è un corpo. Corpo certo non è, ma è qualcosa del corpo» (Aristotele, De Anima, II, 2, 414a).
Essa è il primo principio degli esseri viventi corporali, la sorgente della vita, ma è distinta dalla materia. L’anima è «l’entelécheia prima di un corpo naturale che ha la vita in potenza» (Aristotele, De Anima, II (B), 1, 412a). Si tratta dunque di un principio entitativo e operativo. Grazie ad esso il corpo è unito giacché, quando l’anima esce, il corpo muore e si scompone.

Lo Stagirita, sulla base di un’analisi generale dei viventi e delle loro funzioni, individua tre tipi di anima: l’anima vegetativa, principio delle azioni nutritive, della crescita e della riproduzione; l’anima sensitiva, origine della conoscenza sensibile e degli appetiti; e infine l’anima razionale, principio della conoscenza razionale.

Non è corretto, per Aristotele, affermare che l’anima “vive”. Occorrerebbe invece dire che l’intero essere umano vive in virtù dell’anima (cfr. Aristotele, Metafisica, VII, 11, 1037a). Riguardo alla sua immortalità, egli sostiene che nell’essere umano vi sono delle operazioni intellettuali che soltanto una sostanza separata dal corpo, e dunque incorruttibile, è in grado di realizzare: mentre le facoltà sensitive dipendono dal corpo, quella intellettiva ne è separata in quanto non legata ai limiti corporali.

Che cosa accade dunque quando muoiono gli esseri umani? Sulla base degli scritti aristotelici non è perfettamente chiaro se il cosiddetto «intelletto agente» rimanga presente e attivo quale entelécheia individuale e immortale. L’intelligenza è la capacità, in potenza, di conoscere la pure forme contenute nelle sensazioni e nelle immagini della fantasia. Ciò che traduce in atto questa potenza è appunto l’Intelletto agente. Questo è nell’anima ed è di origine divina: «l’intelletto viene dal fuori e solo esso è divino» (Aristotele, De generatione animalium, B 3, 736b 27); mentre tutte le altre facoltà inferiori dell’anima sono già in potenza nel seme maschile e attraverso questo passano nel nuovo organismo. È però altrettanto vero che, pur venendo dal fuori, esso rimane nell’anima per tutta la vita dell’uomo.

Per Aristotele, che seguì l’intuizione di Anassagora, spirito acquista invece una conformazione più immateriale in quanto sostanza incorruttibile e inestesa. Esso è da un lato vincolato alla percezione dei sensi, mentre dall’altro, è autonomo rispetto al corpo in quanto sopravvive dopo la morte.

Tuttavia il termine pneuma individua una sostanza dotata ancora di una certa materialità, via di mezzo tra sôma (corpo) e psiche (anima).

Nella sua Introduzione a Aristotele, Giovanni Reale specifica: «Il “venir dal di fuori” dell’intelletto significa dunque, la sua trascendenza nel senso di differenza di natura; significa cioè alterità di essenza rispetto al corpo: significa la proclamazione della dimensione metempirica, soprasensibile e spirituale che è in noi. È il divino in noi».

Aristotele però, guadagnato il concetto dello spirituale che è in noi, non ha potuto venire a capo delle aporie che ne conseguono. Quest’interrogativo rimarrà insoluto nelle sue opere. Per essere affrontato razionalmente avrebbe richiesto il guadagno del concetto di creazione che, come sappiamo, è estraneo non solo a lui, ma a tutta la grecità.

Per Aristotele la morte sembrerebbe implicare l’annullamento completo e la perdita dell’individualità umana, sebbene egli non rigetti la possibilità di un’anima immortale; chiaramente non immortalità di tutta l’anima ma del solo intelletto.

Egli parla dello spirito che, con la morte, è esalato dai corpi: «Alla fine quando il movimento non è più possibile, muoiono esalando lo spirito» (Aristotele, Della giovinezza e della vecchiaia, della vita e della morte, della respirazione, 23, 479a). Prosegue poi dicendo che «Il principio della vita abbandona quelli che lo possiedono quando il calore che ad esso è congiunto non è più refrigerato, perché allora, come s’è detto più volte, si consuma da sé» (Aristotele, Della giovinezza e della vecchiaia, della vita e della morte, della respirazione, 23, 479a).

Sarà precisamente all’interno della questione sulla morte e l’immortalità che la rivelazione giudeo-cristiana consegnerà il suo più importante contributo all’antropologia ed alla comprensione moderna di cosa sia l’anima umana.

 

 

Bibliografia:
A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.

G. REALE, Introduzione a Aristotele, Editori Laterza, Bari 19772

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