Anima e Spirito in Luca

Anima e Spirito in Luca

Luca, autore dell’omonimo vangelo e del libro degli Atti degli Apostoli, mette in risalto nelle sue opere, con taglio molto narrativo, il grande desiderio di salvezza di Dio per ogni uomo. Nel primo passaggio in esame, troviamo psyché usata come in Marco (vita in senso complessivo) contrapposta però alla morte fisica: «Chi vorrà salvare la propria vita [τὴν ψυχήν αὐτοῦ], la perderà, ma chi perderà la propria vita [τὴν ψυχήν αὐτοῦ] per me, la salverà» (Lc 9, 24). Psyché è complemento oggetto. Unito ad αὐτοῦ indica «se stesso», con senso riflessivo. Il versetto sottolinea la disponibilità a prendere su di sé la croce d’ogni giorno. Chi vuole sottrarsi alla pericolosa situazione della sequela per salvare la propria vita terrena, nel giudizio venturo, non sarà salvato: «Bisognerà osservare che nel loghion paradossale, in ambedue i suoi membri, non si tratta propriamente della vita, ma di ciò che, di volta in volta, preme veramente a ciascuno (αὐτοῦ) e quindi proprio di ciò che “nelle alterne vicissitudini dell’esistenza” ― si è tentati di dire: esistenzialmente ― viene conservato. Qui non si parla affatto di una nuova “qualità della vita”, bensì della salvazione (σωτηρία ψυχῶν)» (H. SCHÜRMANN, Il vangelo di Luca (parte prima)). Questo loghion è talmente autonomo e avulso da ogni situazione concreta che è ipotizzabile Luca lo abbia rivolto ad una comunità in pericolo, o forse intimorita, e che la sua formazione sia pre-pasquale. Troviamo un altro riferimento importante alla psyché poco più avanti quando Gesù racconta la parabola del ricco che accumula tesori senza pensare al vero scopo del vivere. Esso diceva: «Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia» (Lc 12, 19). Qui psyché indica l’aspetto più materiale e venale della vita dell’individuo, compreso il mangiare e il soddisfacimento dei sensi. Nel versetto successivo abbiamo ancora psyché usata in senso lato per indicare sempre la mera vita biologica dell’uomo: «Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?» (Lc 12, 20).

Preziose informazioni per la nostra analisi arrivano anche dal Magnificat. Questo bellissimo cantico compendia e interpreta i sentimenti di Maria nel momento dell’incontro con Elisabetta ma, ancor più con abbondanti riferimenti alle profezie veterotestamentarie, celebra le gesta misericordiose di Dio lungo l’arco della storia della salvezza che ora, nel «si» di Maria, trovano la loro definitiva realizzazione: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1, 46). Emerge dalla scelta terminologica di Luca il modo di pensare ebraico: la nefeš, usata con il significato di «io», rimanda il lettore al libro di Genesi dove viene impiegato per indicare il sostentamento totale che Dio riserva a tutte le sue creature. Qui Maria è totalmente di fronte a Dio: «In un parallelismo il canto è introdotto con un’esaltazione di Dio, senza però rivolgersi direttamente a lui, per timore reverenziale; invece, in forma più contenuta, si dice che l’anima si trova in uno stato di lode e di giubilo» (H. SCHÜRMANN, Il vangelo di Luca (parte prima)). Secondo lo stile del parallelismus membrorum, il secondo stico contrappone lo spirito-pnêuma all’anima- psyché. Il cuore della vergine giubila dinanzi a Dio che in lei si è rivelato come Salvatore. Una certa attenzione merita la nota molto personale che si esprime nel pronome “mio”. Nella prima parte il canto non si riferisce dunque alla grande opera salvifica che Jahvè compie nella storia d’Israele, ma esclusivamente alla grazia personale che è stata donata a Maria (J. ERNT, Il vangelo secondo Luca (volume primo)).

Ecco che si spiega l’ordine di utilizzo: prima psyché che evidenzia come Maria abbia ricevuto la Grazia nel suo corpo, e poi pnêuma per indicare la totale profondità della sua scelta. Commentando questo passo Origene scrive: «Due cose, l’anima e lo spirito, compiono una duplice lode. L’anima celebra il Signore, lo spirito celebra Dio: non perché la lode del Signore sia diversa da quella di Dio, poiché colui che è Dio è anche Signore, e colui che è Signore è anche Dio» (ORIGENE, Commento al Vangelo di Luca). La psyché celebra il Signore (Cristo risorto), mentre lo pnêuma loda il creatore in quanto da lui è scaturito. Per Origene il cammino di perfezione dell’anima consiste nel trasformarsi sempre più nell’immagine di Dio seguendo lo pnêuma che lui stesso ha messo nell’uomo: «La mia anima in realtà non è proprio l’immagine di Dio, ma è stata creata a somiglianza della prima immagine» (ORIGENE, Commento al Vangelo di Luca).
L’utilizzo di pnêuma in Luca è caratteristico, lo troviamo anche riferito a Giovanni il Battista: «Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito» (Lc 1, 80). Qui indica l’interiorità e la forza spirituale. Origene commenta così: « “Cresceva nello spirito”, cioè non restava nella stessa misura che aveva raggiunta; sempre lo spirito in lui cresceva, e in ogni ora e in ogni momento crescendo lo spirito anche la sua anima progrediva. E non soltanto l’anima, ma pure il pensiero e l’intelligenza seguivano i progressi dello spirito» (ORIGENE, Commento al Vangelo di Luca). Lo spirito traina nella sua crescita non solo l’anima, ma anche il pensiero e l’intelligenza. Nel racconto dell’episodio della resurrezione della figlia di Giàiro si parla dello pnêuma: «Il suo spirito ritornò in lei ed ella si alzò all’istante» (Lc 8, 55). Al comando di Gesù, lo spirito vitale della ragazza torna in lei: «Il comando di Gesù fa “ritornare” nella ragazza lo spirito vitale allontanatosi. Non si tratta quindi di una rianimazione, ma di una restituzione della vita. […] L’invito a dar da mangiare alla risuscitata mostra che lo spirito della vita è tornato in lei, che ella vive di nuovo in maniera normale, corporea, e che non è uno “spirito”» (H. SCHÜRMANN, Il vangelo di Luca (parte prima)).

In questo punto è molto significativo che Luca usi πνεῦμα invece di ψυχή. Schürmann afferma che non si tratta di una semplice rianimazione ma di una vera e propria restituzione di vita (non dimentichiamo che il fatto è visto e descritto con gli occhi di un medico). Prima un gran respiro che torna a sollevare il petto della fanciulla, poi ella si alza e le viene dato da mangiare: tre azioni molto quotidiane che descrivono il ritorno della vita nel corpo della ragazza. Come la morte toglie il fiato, così il fiato è il primo segno di vita, anche nei neonati. Ernt, commentando questo passo lucano, specifica il collegamento importante con la resurrezione cristiana: «L’immagine del ritorno dello spirito (della vita) non è al servizio di una qualsiasi antropologia (dualismo corpo-anima o una concezione animistica secondo cui l’anima si trattiene nei pressi del corpo i primi tre giorni dopo la morte), ma vuole rappresentare concretamente il dato di fatto della resurrezione» (J. ERNT, Il vangelo secondo Luca (volume primo)). In Luca troviamo anche nelle parole di Gesù la distinzione tra psyché e pnêuma: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita [ψυχή], non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26). Gesù chiede a chi desidera seguirlo di rinnegare tutto ciò che è la «cornice», la vita frivola e materiale che allontana l’uomo dalla vera vita. Psyché ancora una volta usata per indicare il livello del vissuto più pratico. Durante la crocifissione troviamo poi pnêuma: «Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò» (Lc 23, 46). In questo punto Gesù, con grande fiducia, rimette nelle mani di Dio la sua vita.
Ambrogio commenta il passo con le seguenti parole: «E detto questo: consegnò lo spirito. Giustamente consegnò, perché non ne fu privato contro la sua volontà. Del resto Matteo scrive: Emise lo spirito (Mt 27, 50); ciò che si emette dipende dalla volontà, ciò che si perde, dalla necessità. Per questo ha aggiunto: A gran voce (ibid.). In questo particolare vi è la gloriosa confessione che egli è giunto al punto estremo della morte per i nostri peccati – perciò neanch’io mi vergognerò di ammettere ciò che Cristo non si è vergognato di confessare a gran voce ‒ ; ovvero vi è la chiara dimostrazione che Dio attesta la separazione della divinità dal corpo» (AMBROGIO, Esposizione del Vangelo secondo Luca).

Lo spirito viene consegnato da Gesù al Padre. Lo Spirito stesso, che a Pentecoste Gesù ha comunicato agli apostoli, cura anche che la testimonianza cristiana giunga «sino ai confini della terra» (At 16, 7). La pneumatica trasmissione di forza caratterizzerà l’azione dei discepoli dopo il soffio di Gesù su di loro. Anche nell’episodio contenuto in Atti del martirio di Stefano troviamo l’utilizzo di pnêuma come ricalco della morte di Gesù in croce: «e così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”» (At 7, 59).

Bibliografia:

A. BROMBIN, Il respiro dell’anima. Distinzione teologico-filosofica tra anima e spirito, Aracne Editrice, Roma 2014.
H. SCHÜRMANN, Il vangelo di Luca (parte prima), Paideia Editrice, Brescia.
J. ERNT, Il vangelo secondo Luca (volume primo), Editrice Morcelliana, Brescia.
G. RAVASI, Breve storia dell’anima, Oscar Mondatori Editore, Milano.

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