L’anima e le attività della mente umana

L’anima e le attività della mente umana

«Che cosa facciamo realmente quando non stiamo facendo altro che pensare?». È a questa domanda che la filosofa Hannah Arendt tenta di dare risposta attraverso l’opera, già introdotta in un precedente articolo, La vita della mente. Nella prima parte essa afferma – riferendosi alla “morte” della teologia, della filosofia e della metafisica – che centrale è il ruolo del nichilismo che soggiace a tutto questo. Al contrario il giudizio, come indispensabile capacità umana nella quale avviene il momento di sintesi tra il pensiero e l’azione, è esercizio di apertura al dialogo con se stessi che contemporaneamente allontana dal conformismo e dalla massificazione. Arendt critica alla società post moderna la crescente incapacità di muoversi nella sfera dell’invisibile e il «discretismo in cui è caduta ogni cosa che non sia visibile, tangibile, palpabile, col risultato che ora corriamo il rischio di perdere, insieme con le nostre tradizioni, il passato stesso».

La descrizione metaforica dell’uccisione di Dio operata da Nietzsche ha evidenziato come sia decaduto il pensiero tradizionale: «certo non che Dio è morto, qualcosa di cui possiamo sapere tanto poco quanto dell’esistenza di Dio (così poco, in effetti, che persino la parola “esistenza” è qui fuori luogo) ma che il modo in cui si è pensato a Dio per migliaia di anni non è più convincente; se è morto qualcosa può trattarsi solamente del pensiero tradizionale di Dio».

Tutte le attività spirituali per le quali l’uomo si distingue dalle altre specie animali, presentano comune il fatto di essere un ripiegamento verso l’io interiore. L’anima si esprime attraverso le emozioni che poi devono essere estrinsecate mediante le capacità del pensiero: «Il linguaggio dell’anima nel suo stadio meramente espressivo, anteriore alla sua trasformazione e trasfigurazione mediante il pensiero, non è metaforico; non si stacca dai sensi né impiega analogie allorché parla in termini di sensazioni fisiche». L’anima “trabocca” nel corpo e sconfina in esso; vi si nasconde ma nello stesso tempo lo utilizza: «Le sensazioni della psiche, dell’anima, sono in realtà sentimenti che si avvertono con gli organi del corpo».

La ragione non può fare a meno di pensare a Dio, alla libertà e all’immortalità poiché questi sono argomenti di massimo interesse per l’uomo e per la vita della mente. Il carattere riflessivo delle attività spirituali porta anche a una maggiore consapevolezza del sé interiore. Le attività spirituali, invisibili in sé e rivolte all’invisibile, divengono manifeste solo attraverso la parola. Non l’anima quindi ma la mente richiede la parola. Anima e mente, secondo Arendt, non coincidono malgrado le dottrine stoiche affermassero possibile il controllo del piacere e del dolore da parte della mente. Ogni atto spirituale si fonda sulla facoltà della mente di avere presente a se stessa ciò che è assente ai sensi.

Infine la fondazione delle scienze umane, psicologiche e antropologiche, è possibile giacché la psiche presenta delle caratteristiche comuni in tutti gli individui: «Se il fondamento psichico interiore della nostra apparenza individuale non fosse sempre il medesimo, non potrebbe esistere alcuna scienza della psiche che, in quanto scienza, si fonda su un “dentro ci assomigliamo tutti” psichico, proprio come scienze quali la fisiologia e la medicina si fondano sull’identità degli organi interni individuali».

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Bibliografia:

H. ARENDT, La vita della mente, Società Editrice Il Mulino, Bologna 1987.

 

 
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