Anima umana nell’ebraismo

Anima umana nell’ebraismo

Nell’ebraismo e nell’ottica biblica ebraica, anima e corpo sono un tutt’uno che costituisce la personalità dell’uomo. Più che porsi il problema astratto del rapporto che intercorre tra i due, i saggi di Israele, hanno cercato di affrontare il problema della resurrezione e quello del giudizio finale. Secondo il Talmud l’anima è chiaramente separabile dal corpo dal momento che Dio soffiò l’anima nel corpo di Adamo. Ma non è chiaro il modo e il luogo in cui l’anima vive dopo la morte come entità indipendente; per alcuni è come in uno stato di quiescenza, mentre per la maggioranza essa si mantiene in uno stato di piena consapevolezza.

Maimonide (1135-1204), parallelamente alla speculazione filosofica, sviluppa una ricerca più anatomica e fisiologica. L’uomo è composto da un corpo e da un’anima che ne determina la forma; essa è dotata inoltre di cinque facoltà: nutritiva, sensitiva, immaginativa, emozionale, razionale. Sotto l’influenza dell’intelletto agente (esso risiede nel cielo lunare, che coincide con la sfera celeste più vicina alla dimensione umana) l’uomo può cercare di formarsi un intelletto acquisito, il quale incrementa quel “capitale” spirituale che, dopo la morte, confluirà nell’intelletto agente stesso. Secondo Maimonide, l’elemento di immortalità che compete agli individui è pertanto variabile e si identifica con il percorso di maturazione intellettuale che si è compiuto attraverso l’esercizio del pensiero. La salvezza è quindi proporzionale ai meriti guadagnati dai singoli uomini, ma la natura di tali crediti verso l’immortalità acquista una determinazione specificamente spirituale e filosofica, identificandosi con la conquista razionale della conoscenza di Dio e dell’amore intellettuale nei suoi confronti.

La parola nefesh indica l’interiorità dell’essere umano nella sua interezza. L’anima è donata da Dio, essa è pura e sta a ciascuno mantenerla tale in ogni momento della vita. Dopo che nel corpo è stato insufflato lo spirito del Signore (Ruah), con l’anima pura esso è divenuto una persona vivente. Esiste una correlazione tra spirito e materia, cielo e terra, creazione del mondo e creazione dell’uomo: la terra, il corpo dell’uomo, quell’aspetto per cui gli uomini sono creature fragili, destinato a tornare alla polvere, è propriamente il contenitore di quello che in noi è sacro, cioè lo spirito di Dio. Asaf (VI-VII sec.), prima di Maimonide, sostenne che il cuore è il sito dell’anima e parimenti dello spirito vitale.

Con il termine ebraico ruah si indica nella bibbia la manifestazione attiva di Dio. Nella tradizione rabbinica l’ispirazione profetica nasce dalla presenza nella persona del profeta del ruah haqodesh, cioè dello spirito santo; è Dio stesso che mette le parole in bocca al profeta. Il ruah sollecita in modo particolare il profeta nei suoi dinamismi psicologici. L’azione profetica si attua nel dialogo uomo-Dio attraverso il ruah e la davar cioè attraverso il soffio e la parola divini. In ebraico il vocabolo davar contiene implicitamente anche il significato di spingere avanti qualcosa che inizialmente è tenuto indietro e comporta quindi quel dinamismo in base al quale la cosa detta viene alla luce. Dio crea attraverso la parola.

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Bibliografia:

A. NANGERONI, La filosofia ebraica, Xenia Edizioni, Milano 2000.

S. BRUNETTI LUZZATI – R. DELLA ROCCA, Ebraismo, in Dizionari delle Religioni, Electa, Milano 2007.

 

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