L’abolizione del sacrificio nel paganesimo e nella religione ebraica

L’abolizione del sacrificio nel paganesimo e nella religione ebraica

Per tutto il II secolo, la polemica giudaico-cristiana rappresenta un aspetto essenziale della letteratura cristiana nella sua lotta per la definizione della propria identità. Le trasformazioni antropologiche e culturali di cui abbiamo trattato nel precedente articolo permisero e imposero al contempo una serie di profonde ristrutturazioni dell’idea stessa del rituale all’interno dei diversi contesti religiosi (cfr. René Girard).
Una legge di Costanzo II, ripresa dal Codice Teodosiano, impose che la follia dei sacrifici fosse abolita. Ma non era facile sradicare un’istituzione così solida. Già molto prima di questa interdizione però, era possibile seguire un vasto dibattito interno al pensiero ellenico sulla necessità e sul valore dei sacrifici. A favore dei riti sacrificali si schierò Saturnino Secondo Salustio, maestro dell’imperatore Giuliano, e autore di una composizione in lingua greca dal titolo Perì theôn kài kòsmu. I sacrifici cruenti rappresentano la nostra stessa vita che offriamo simbolicamente. Allora le preghiere pronunciate senza sacrifici non servono a nulla, sono solo parole, mentre se pronunciate durante azioni sacrificali, divengono “parole animate”. L’anima che esce dagli animali sacrificati attraverso il sangue, in qualche modo, sale al cielo con le parole delle preghiere, nelle quali l’uomo domanda l’unione con gli dèi.
Di avviso contrario fu Giamblico di Calcide, filosofo siro di lingua greca. Egli tratta dei sacrifici nel libro V de Sui misteri, dove afferma che gli esseri superiori non hanno bisogno di sacrifici. Questa pratica è adatta esclusivamente agli dèi materiali. I sacrifici cruenti rappresentano l’aspetto materiale del culto che deve però essere anche spirituale. Il motivo di questa dualità risiede nella duplice natura umana, tanto materiale quanto spirituale, che impone quindi dualità anche al culto.
Possiamo affermare con certezza che fu la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 d.C. a mettere in moto quella trasformazione della religione ebraica che si è così liberata, prima di altre società, del sacrificio e della sua violenza rituale. Con la distruzione del Tempio si è passati a riti senza sacerdoti e privi di sacrifici. Da notare che il giudaismo rabbinico e il cristianesimo restarono entrambe delle religioni sacrificali molto speciali in quanto, a differenza di quelle politeiste antiche, funzionano anche senza sacrifici cruenti: «Per lo storico delle religioni, la scomparsa improvvisa dei sacrifici in una comunità rappresenta una trasformazione profonda delle stesse strutture della sua vita religiosa. E tuttavia gli ebrei, nei primi secoli dopo Cristo, tanto nell’impero romano quanto a Babilonia, vinsero questa scommessa: trasformare la loro religione in maniera radicale, “modernizzarla” se vogliamo, senza che così sembrasse, pretendendo (e talora credendo) di non cambiare nulla di essenziale in essa. Di fatto, si tratta davvero di una modernizzazione della religione, con il nuovo accento posto sull’interiorizzazione e la privatizzazione del culto» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 66).
Presso gli ebrei, il sacrificio fu sostituito innanzitutto dalla preghiera. Da quel momento è la preghiera che conferisce potenza all’azione; dire significa ora fare: «Un’altra conseguenza della distruzione del Tempio di Gerusalemme e l’aver consentito, come si è detto, una spiritualizzazione della liturgia, leitourgia, trasformandola da insieme di riti accompagnatori dell’azione sacrificale a preghiere che sostituivano i sacrifici quotidiani e attribuendo un valore che fino ad allora non avevano mai avuto le vecchie preghiere» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 68).
Gli ebrei che avevano dovuto per sopravvivere quasi reinventare la propria religione, o perlomeno il loro rituale, rappresentarono l’esempio di una spiritualità e di una religione incruenta. Con la fine dei sacrifici si ebbe anche la scomparsa della casta dei sacerdoti e del loro monopolio gerosolimitano. Il rituale ebraico non era più legato allo spazio sacro rappresentato dal Tempio; fu questa una “privatizzazione” della religione, passata dallo statuto più ufficiale e pubblico ai rituali in sordina della religione individuale e familiare.
È legittimo porre la questione della coscienza che gli intellettuali ebrei dei primi secoli avevano della loro situazione rivoluzionaria rispetto alla religione sacrificale del Tempio. La Mishnah e altri testi rabbinici, in particolare il trattato Berakhot (benedizioni) del Talmud, discutono sulla reinterpretazione delle tradizioni del Tempio.
I rabbini erano riusciti a costruire un sistema in cui la prassi individuale quotidiana e la riflessione ermeneutica avevano preso il posto dei sacrifici. La preghiera liturgica che sostituiva i sacrifici riceveva uno statuto nuovo che riproduceva il ritmo quotidiano dei sacrifici del mattino e del pomeriggio. Questa preghiera arrivava a includere diversi testi che menzionano i sacrifici, tanto versetti biblici provenienti in genere dal Levitico quanto diversi testi mishnaici.
Rav Sheshet, facendo riferimento al grasso animale arso nel sacrificio, lo paragona al grasso corporeo “bruciato” durante un digiuno, digiuno che equivale al sacrificio per il suo potere di cancellare il peso dei peccati.
Stroumsa riporta un giudizio duro a proposito del cambiamento rituale operato in quel periodo: «È pertanto una religione dell’alienazione, dell’assenza di Dio, quella inventata dai Saggi d’Israele dopo la fine dei sacrifici» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 72). Fu qui per lui che la pratica religiosa prese le distanze dal principio ex opere operato che era il modo naturale secondo cui funzionavano i sacrifici: «L’azione religiosa, di per sé, aveva avuto sotto il vecchio regime dei sacrifici il potere, o per lo meno l’ambizione di impegnare la potenza divina, poiché essa affermava l’equilibrio del mondo e il legame tra il mondo divino e il mondo umano. Ora, è la coscienza individuale a essere incaricata di rinvigorire costantemente la relazione con il divino, ancora più inevitabile ed inafferrabile di quando esisteva il Tempio» (G.G. Stroumsa, La fine del sacrificio, p. 73). Il sacrificio, rispetto alla preghiera e al digiuno, era molto più pratico e palese nei significati.

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